«Io sono della Lega e la Lega è la mia casa - esordisce Maroni - ma qualcosa stasera devo dirlo. Questa serata nasce da una cosa brutta, un ordine a non partecipare a incontri pubblici come questo. Mi ha ferito profondamente perché l’ho sentita ingiusta, una punizione. Ma il dolore è durato poco, perché immediatamente si è scatenata una reazione strepitosa dei militanti. Ho sentito affetto e vicinanza dal popolo padano. Ho ricevuto oltre 400 richieste di incontri pubblici nella Padania. Pensavo di farmi aiutare dal mio sosia di Striscia la notizia... Terrò fede a tutti. La presenza di Bossi, un po’ a sorpresa, in una serata nata in fretta è la dimostrazione che questa cosa brutta non è venuta da lui ma da qualcun altro. Con affetto e fermezza dico che sono stufo di subire processi sommari quotidiani. Dicono che sono un traditore in cerca di visibilità, invidioso di uno che abita a Busto Arsizio...». Reguzzoni non viene nemmeno citato. «Umberto, ti faccio un appello - dice Maroni - queste cose che si dicono rompono l’unità della Lega. Non esistono maroniani e bossiani: esistono i leghisti. Questa serata dimostra l’amore dei militanti per te e la Lega. Queste cose non sono più sopportabili. Basta. È inaccettabile che chi si impegna venga sottoposto a queste nefandezze fatte circolare per cacciarmi dalla Lega. Chi lo dice dev’essere cacciato». È l’apoteosi. Il pubblico esplode in un «fuori-fuori». La strategia è chiara: Maroni è più bossiano del «cerchio magico», dei presunti fedelissimi. L’obiettivo dell’ex uomo del Viminale non è impallinare il leader indiscusso, ma i suoi scherani.
Le truppe maroniane si sono mobilitate da tutto il Nord Italia: da Bergamo dovevano venire con un pullman, poi annullato per dissimulare la capacità organizzativa dei frondisti. L’attesa è andata crescendo rapidamente; sui social network i militanti si sono dati appuntamento prima di cena per garantirsi il posto a sedere. E in effetti quella del teatro Apollonio era una sorta di «prima»: l’ouverture dell’alternativa a Bossi, il primo tempo della rivoluzione dopo la «fatwa».
Varese è la città di Maroni (oltre che dello stesso Bossi e di Mario Monti) e il suo feudo di fedelissimi, tutti schierati nelle prime file. Il sindaco Attilio Fontana e il presidente della Provincia Dario Galli sono sul palco. Da Bergamo si sono mossi i fedelissimi del parlamentare Giacomo Stucchi. Da Brescia è arrivata la frangia insofferente a Renzo Bossi, il figlio del Senatùr che lì ha preso i voti per entrare in consiglio regionale. Da Roma, invece, nel pomeriggio è partita la pattuglia di 17 deputati maroniani, tra cui Grimoldi, Dussin, Buonanno e Pini, che per essere a Varese hanno evitato di votare la mozione leghista (bocciata) sull’immigrazione. Auto anche da Piemonte e Veneto, dove il governatore Luca Zaia ribadisce che le posizioni di Maroni non sono diverse dalle richieste della base, e dove il sindaco di Verona Flavio Tosi, testa di ponte di Bobo nel Nordest, non rinuncerà a ricandidarsi in primavera con una sua lista affiancata a quella del Carroccio nonostante i divieti dei «cerchiomagisti». Da Tosi frecciate anche ieri: bisogna fare i congressi, ha detto, e votare i leader, compreso il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, il cui posto fa gola a Maroni ed è il grande imputato della serata.
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