La profezia ignorata: "Una massa di disperati seppellirà l'Occidente"

Un romanzo francese del 1973 aveva previsto l'ondata di migranti. Un evento che la sinistra ha sempre negato. Per la paura di affrontarlo

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Una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea si arena una flottiglia di navi e barconi, carica di un milione di emigranti. Poveracci in preda alla miseria, intere famiglie con donne e bambini, una nuvola di disperazione proveniente dal Sud del mondo verso quella che è ritenuta la Terra promessa. Sperano e ispirano una immensa pietà. Deboli, disarmati, posseggono solo la forza che è propria del numero. Sono l’oggetto dei nostri rimorsi e dell’angelismo delle nostre coscienze. Sono L’Altro, cioè la moltitudine, meglio, l’avanguardia della moltitudine. Ora che sono qui, accetterà quella nazione, «terra d’esilio e d’accoglienza » per eccellenza, di riceverli, a rischio di incoraggiare la partenza di altre flotte di infelici che lì si preparano? Perché poi è l’Occidente in quanto tale a scoprirsi minacciato: essere sommerso è ciò che l’attende, e insomma la propria fine. Che fare, dunque? Rinviarli da dove sono venuti, ma come? Chiuderli in campi profughi recintati? Sì, ma poi? Usare la forza contro la debolezza? Affrontarli con la marina, con l’esercito? Sparare? Sparare nel mucchio? Chi obbedirebbe a simili ordini? A tutti i livelli, coscienza universale e coscienza individuale, governi, equilibri geopolitici, ci si pone queste domande, ma, ormai, è troppo tardi...

Nel 1973, quando Le Camp des Saints di Jean Raspail uscì per l’editore Laffont, in Francia si fece finta che fosse un romanzo razzista e si pensò che il silenzio fosse il modo migliore per parlarne. Trenta e passa anni dopo, mai citato eppure sempre più tradotto, sempre esaurito, sempre riedito e sempre ristampato, sino a questa nuova edizione (389 pagine, 22 euro) che si avvale di una prefazione ad hoc del suo au-tore, è forse giunto il momento per prenderlo per quello che è: un romanzo realista nella sua prefigurazione del futuro. Negli Stati Uniti, dove il moralismo non esclude il pragmatismo, The Camp of the Saints è divenuto un classico, studiato nelle università e al Pentagono, livre de chevet di intellettuali come Paul Kennedy, Samuel Huntington, Jeffrey Hart. Nel Vecchio continente, dove gli sconquassi della sponda orientale di quello che una volta si definiva mare nostrum , sono sotto gli occhi di tutti, ci si continua a rifugiare nei soliti cliché: fratellanza, spirito umanitario, senso di responsabilità nei confronti dei meno fortunati. In Italia, lasciamo perdere... Mentre un leader come il britannico Cameron parla del fallimento del multiculturalismo, la Comunità europea non sembra nemmeno affer-rare, come ha scritto l’altro giorno Guido Ceronetti sul Corriere della sera , che «un afflusso sulle coste italiane di sbarcanti a flottiglie intere farebbe esplodere, nell’intera penisola, la precaria e già provata convivenza urbana. L’immigrazione di diseredati, senza un prima né un dopo, in una civiltà di tormentati impoveriti d’idee, si potrebbe definirla con nomi appropriati, severi, gravi, invece che con vulgate buonistiche e aspersioni di ottimismo là dove un dramma insolubile si presenta e ci schiaccia?».
Trenta e passa anni dopo, Ceronetti prende dunque di petto «una sfida storica: che dire? che fare?» che trenta e passa anni prima Jean Raspail aveva fatto materia di romanzo, e siccome Ceronetti è un uomo mite e non sospetto di razzismo, bisognerebbe, credo, prestargli attenzione. Anche perché, come scrive egli stesso, «i Romani chiamavano Africa un solo punto: Cartagine. Ci sarà un remoto, temuto, fantasma che si è risvegliato, sulle rovine di Cartagine, dove vagava Caio Mario? Quel che è buono per Cartagine può esserlo anche per Roma?».

Quando Raspail scrisse il suo romanzo, i movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo mondo erano in auge, ogni dittatore nato sulle rovine del colonialismo era considerato un rivoluzionario, applaudito come tale da una sinistra marxista allora in piena salute, l’Europa era scossa dalla contestazione studentesca e non solo al suo interno.
La questione dell’immigrazione era ancora in fasce, ma il clima ideologico dell’epoca era già pronto per trasformarla in qualcos’altro: l’internazionalismo che batteva in breccia il nazionalismo «bianco», l’idea di meticciato che si sostituiva all’idea di tradizione, lingua, radici; gli «altri» potevano e dovevano essere fieri delle loro, all’Europa non era più permesso: ne aveva approfittato, e ora doveva espiare e divenire un’altra cosa. Nel tempo, la porosità delle frontiere, l’inflazione delle naturalizzazioni, la nazionalità acquisita per matrimonio, la ripugnanza degli europei a esercitare mestieri umili resa possibile dall’utilizzo al loro posto di migliaia e migliaia di immigranti, la spirale inarrestabile dei clandestini (regolamentazione, riunione delle famiglie, scolarizzazione obbligatoria dei bambini) e l’ombrello sociale comunque predisposto (sovvenzioni alle associazioni di sostegno, prestazioni sociali, alloggi eccetera) ha fatto il resto.

Nel Camp des Saints , non è in discussione la religione. Non è la minaccia del fondamentalismo islamico a essere prefigurata. È il numero, sono le motivazioni di ordine materiale, esistenziale: la miseria, la disperazione, la visione di una terra promessa, l’aspirazione a una vita migliore. Il paradosso è che tutto ciò che un certo pensiero unico occidentale depreca o demonizza al proprio interno, il consumismo, il lusso, persino il sesso, giudica però degno della bramosia di chi arriva dall’esterno: gli fanno schifo le televisioni commerciali, le veline e le letterine seminude, i supermarket e i grandi magazzini, ma è pronto a offrirli al Terzo mondo perché ne gioisca anche lui. È un suo diritto... È il trionfo della dialettica e del contorcimento intellettuale, quello che da trenta e passa anni ha del resto dettato legge nei giornali, nelle università, nell’editoria e che ha creato un «politicamente corretto » grottesco quanto velenoso. Raspail ne dà un riassunto esemplare: «Giorno dopo giorno, mese dopo mese, sul filo del dubbio,l’ordine diveniva una forma di fascismo, l’insegnamento un’imposizione, il lavoro un’alienazione, la rivoluzione uno sport gratuito, il piacere un privilegio di classe, la famiglia una realtà soffocante, il consumismo un’oppressione, il successo sociale una malattia, la giovinezza un tribunale permanente, la disciplina un attentato alla personalità umana ».
Torniamo a bomba. Un ideale umano che si pone al di sopra delle nazioni, dei sistemi economici, delle religioni è un’astrazione, non significa nulla, se non appunto il niente assoluto, qualcosa come la fissione dell’atomo, il vuoto immenso liberato d’un colpo. Parliamo di diritti universali dell’uomo perché è il metodo più comodo per evitare di affrontare la realtà e perché speriamo sempre che la realtà non ci presenti il conto. Eludiamo il problema, vogliamo avere la coscienza tranquilla e quindi non guardiamo ai numeri, alla demografia, ai rapporti di forza. Ci inteneriamo di fronte alle classi multietniche, naturalmente, sono così carini quei bambini e nella retorica del 150˚ dell’Unità d’Italia, poi, fanno così colore... Fingendo di pensare ai nostri figli, gli prepariamo un futuro a cui non sapranno né potranno opporsi. Perché una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea...

Ps. Le Camp des Saints è stato tradotto in italiano alla fine degli anni Novanta, dalle Edizioni del Cavallo alato, la piccola casa editrice di Franco Freda. Non se n’è accorto nessuno o quasi, ma chi lo vuole ridurre a un romanzo razzista non ha che da impugnare quel nome come una clava. Siamo sempre un Paese di indignati speciali.

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COMMENTI

40 commenti su  1  2  3  4  5  6  7  8   pagine dal più vecchio | dal più recente
#40 giutras (1) - lettore
il 05.03.11 alle ore 19:18 scrive:
Non riesco a capire perchè fuggono dal paese solo uomini (la stragrande maggioranza giovani), ma non dovrebbero prima salvare donne e bambini? Se una nave affonda gli uomini giovani sono gli ultimi a salire sulle scialuppe o no? Questi sbarchi mi danno più l'idea di arrembaggi.
#39 lauraromana (114) - lettore
il 04.03.11 alle ore 7:43 scrive:
L'Italia è ancora uno Stato sovrano? Bene, il Governo dichiari che in base al principio di responsabilità non possiamo accogliere una simile massa di persone, per il semplice motivo che non possiamo tenerli né mantenerli,e neppure dar loro lo status di rifugiati dal momento che nei loro Paesi sono caduti i tiranni e che perciò saranno aiutati il più possibile a casa loro, ma respinti in mare ai confini delle acque territoriali dai mezzi della nostra marina militare in tutti i modi; questo ci è d'obbligo anche perché gli altri Paesi europei ci hanno dato zero disponibilità a prenderseli: e fanno benissimo giacché la loro presenza,essendo costoro sì, poveri disgraziati, ma disgraziatamente mussulmani, crea poi nella convivenza problemi che nessuno è in grado di risolvere. Certo è accaduto più volte nella storia di popoli cancellati dal'arrivo massiccio di altre popolazioni: ma non siamo obbligati a suicidarci.
#38 mbotawy' (316) - lettore
il 03.03.11 alle ore 21:10 scrive:
Purtroppo si ripetono gli esodi gia' letti nella Bibbia. La differenza sta' che oggi siamo aumentati di " un pochino" in questo mondo ,rispetto a quei tempi, e gli immigranti non cercano piu' un pezzo di terra per iniziare una vita, come ai tempi del "Nuovo Mondo",ma una casa completa confortevole ed un facile commercio redditizio.
#37 GiovanniBagheria (953) - lettore
il 03.03.11 alle ore 20:43 scrive:
Qualche anno addietro, se non ricordo male, la Corte Costituzionale bocciò grazie ad un fantasioso cavillo una richiesta di referendum. Era promosso dalla Lega ed era diretto ad abrogare una legge pro-immigrazione. Centinaia di migliaia di firme furono buttate nell'immondizia, alla faccia della sovranità popolare. Sulla base dell'esperienza passata si potrebbe chiederne un altro.
#36 EFISIOPIRAS (414) - lettore
il 03.03.11 alle ore 20:24 scrive:
Le stesse cose le diceva la grande cassandra italiana Oriana Fallaci,ma con un taglio politico più determinato,che nè i comunisti nostrani nè i vari sciortino o boffo di famiglia cristiana,nè tantomeno lo stesso vaticano hanno afferrato nella sua crudezza.Ci stiamo avvicinando ad un precipizio perchè ad un certo punto saremo costretti a scegliere:territorio e benessere da difendere per i nostri figli e discendenti oppure lasciare che la marea immigratoria sommerga ed inghiotta tutto ciò che ha rappresentato la nostra storia e la nostra cultura.Non vedo molte altre opzioni, e neanche un CArlo MArtello, eventualmente ...
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