domenica 08 novembre 2009, 09:08
La resa di Repubblica: via le 10 domande
La svolta del quotidiano di Ezio Mauro dopo 175 edizioni: ritirati i
quesiti-insinuazioni sulla vita privata di Berlusconi. E il direttore
approfitta di un’intervista di Vespa al premier (che non rivela nulla)
per mascherare il fallimento del golpe
Ieri, sabato 6 novembre, non sono comparsi i dieci quesiti proposti a Silvio Berlusconi da Giuseppe D’Avanzo.
Perché? Perché smettere? Perché lasciarci vedovi così all’improvviso dopo che ormai quella cantilena ci accarezzava la vita? Uno si alzava al mattino, apriva Repubblica e trovava il trafiletto e si consolava: il mondo va avanti come sempre, il sole si alza, il caffè viene su dalla caffettiera, e il suo direttore Ezio Mauro, con il fondatore Eugenio Scalfari, si specchia ancora nella propria ossessione, in un rosicamento senza fine, una gutta che non cavat nessuna lapidem, anzi penetra nella zucca dei lettori come un trapano da dentista e gli rode l’anima. Poi, sul più bello, sono bastate alcune pagine di Bruno Vespa di un dialogo con Berlusconi che - senza offendere né lo scrittore né il premier - non contiene proprio alcuna novità, neanche mezza, e loro rinunciano.
Vogliamo dirla tutta? Ezio Mauro ha preso al balzo l’occasione per mettere via e incartare la sua sconfitta fingendo che sia un successone. In realtà ha dovuto ammettere il suo fallimento. Lo ha fatto con una certa classe, e una bella verniciata di ipocrisia rosé sulla sua faccia viola. È arrivato a elogiare Berlusconi, e questo sì che è uno scoop. Ha titolato la prima pagina: «Le risposte di Berlusconi». Quindi ha constatato con un sorriso storto: «Il presidente del Consiglio ha finalmente deciso di rispondere alle dieci domande che Repubblica gli rivolge dal 14 maggio». Concludendo: «È positivo». Ovvio che pensi esattamente il contrario. Li ha atterrati, e questo non deve parere a Mauro tanto positivo.
Non sapevano come uscirne. Probabilmente De Benedetti, Mauro e Scalfari manderanno a Natale champagne Cristal a Bruno Vespa. Infatti il trio non aspettava le risposte, nella loro testa c’erano già tutte, e si riassumevano in un sogno: le dimissioni di Silvio per opera loro. Un Watergate italiano. Puntavano attraverso le domande non solo a sputtanare il premier a livello mondiale, grazie all’Internazionale della finanza svizzera e del giornalismo progressista, ma proprio a far cadere, con l’abracadabra di quella finta curiosità, Berlusconi. Quella era l’Idea. Stritolarlo. Affondarlo con la pietra di quelle litanie da Belfagor. Invece erano loro che stavano sprofondando e ne incolpavano l’improvvido D’Avanzo. Volevano una prova di forza. Dopo di che Berlusconi ha fatto la mossetta, e Repubblica ha ceduto, patapùm, poveretti sono cascati loro.
Abbiamo aspettato un giorno per controllare, se mai riproponessero un nuovo questionario, o riformulassero le medesime in un soprassalto d’orgoglio. Invece niente. Dev’essere stata una liberazione, un togliersi una palla di ferro dalla caviglia, al punto che per l’entusiasmo hanno drogato di felicità le rotative: e la tiratura del quotidiano è passata dalle 595mila copie di venerdì (ultimo giorno con le domande) alle 734mila di sabato (prima volta senza quesiti).
Crediamo che ci sia un uomo molto infelice: l’autore della sequenza di punti interrogativi. Giuseppe D’Avanzo nel 2006 era riuscito a convincere un Prodi sotto il ricatto morale del medesimo a decapitare i servizi segreti, adesso si proponeva di seppellire Berlusconi. Si era dato da fare a intervistare come eroi piccoli rapinatori, escort in serie, pur di infilare il Nemico nei tombini. Si era convinto di abbattere il Cavaliere con le sue false domande, le quali in realtà erano poste con quel linguaggetto di legno da inquisitore sovietico, in grado di infilarti nel gulag qualunque cosa tu dica. E poi ritrovarsi così, con un pugno di mosche in mano. E la beffa di essere trattato come un cavallo sfiancato proprio dal suo direttore e dall’editore.