Il Cavaliere, dunque, si gode le vittorie in Lombardia, Veneto, Lazio, Piemonte, Campania e Calabria come un successo tutto suo. Perché non è solo nel Lazio che s’è buttato anima e corpo, ma anche a Torino si è presentato per due volte in due settimane a sostenere Cota. Anche lì, insomma, ci ha «messo la faccia». Ufficialmente, però, il premier non parla perché, spiega Paolo Bonaiuti, «nonostante sia tranquillo e sereno vuole attendere i dati definitivi». Anche se arrivati all’una di notte il premier fa un po’ di conti e poi un brindisi. «Su 60 milioni di italiani - spiega ai suoi - ne amministriamo oltre 40 milioni». Non c’è dubbio, chiosa, che «il governo esce rafforzato da questa tornata elettorale».
Per il Cavaliere, insomma, è una rivincita. Nei confronti di chi «ha provato ad affossarmi con una campagna mediatico-giudiziaria che va avanti da un anno», ma pure una segnale «ai tanti» che già pensavano al dopo. Il Mattinale, la rassegna stampa ragionata che arriva ogni giorno sulla scrivania del premier, cita espressamente «gli aspiranti leader» come «Montezemolo». Ma a Palazzo Grazioli sono in tanti a puntare il dito contro Fini e Casini. Il primo perché il risultato della tornata elettorale conferma che la leadership di Berlusconi è intatta, il secondo perché il voto non ha premiato le alleanze dell’Udc con il centrosinistra. Al punto che in Piemonte la Bresso perde nonostante il sostegno dei centristi che non aveva cinque anni fa quando vinse contro Ghigo. Ma il dato elettorale che pesa di più è quello che riguarda il premier e il governo. L’unico che nel panorama europeo non viene punito dagli elettori, ragiona con i suoi Berlusconi citando le vicissitudini elettorali di Sarkozy, Merkel, Brown e Zapatero. Eppoi, continua a fare i conti il Cavaliere, il dato elettorale «va letto anche in termini di Pil». La Lombardia vale oltre il 20% del Pil italiano, il Lazio l’11%, il Veneto quasi il 10%, il Piemonte più dell’8%, la Campania oltre il 6%.
Da oggi, dunque, «si apre per il governo una fase nuova». Che vede sempre più solido il cosiddetto asse del Nord tra Berlusconi e Bossi. Con grande soddisfazione del Cavaliere che - al di là dei retroscena dei giornali - preferisce di gran lunga avere un alleato fedele come il Carroccio in salute piuttosto che doversi impelagare ogni giorno in difficili e faticose trattative con alleati di cui invece non si fida affatto. Insomma, ben venga un rafforzamento di Bossi che - confidava qualche giorno fa il premier - nei momenti di difficoltà «non ha mai esitato a starmi vicino e sostenermi». Ragionamento che vale ancor di più dopo il successo nel Lazio e in Piemonte che è merito soprattutto della campagna a tappeto del Cavaliere.
Si riparte con l’acceleratore sulle riforme e con un probabile minirimpasto della squadra di governo (con l’ingresso di Galan e la sostituzione di Zaia all’Agricoltura). Riforme su cui Berlusconi è disponibile a coinvolgere la «parte più ragionevole dell’opposizione». Questo, spiega ai suoi, non significa che «ci faremo imporre l’agenda dalla minoranza» perché «il mandato che ci hanno dato gli elettori è chiaro e inequivocabile». L’agenda, dunque, è già scritta: riforma della giustizia, presidenzialismo e federalismo. Con la convinzione che in chiave nazionale - per esempio nell’applicazione del piano-casa - saranno determinanti i nuovi equilibri nella Conferenza Stato-Regioni dove da ieri il centrodestra è in maggioranza. E con Errani destinato a lasciare la carica di presidente a un governatore di centrodestra, con ogni probabilità Formigoni.
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