E a coronamento di questo mesto amarcord, a marchio, a sigillo della fuga all’indietro, Bersani - «il più genuino rappresentante del riformismo emiliano» - chiama o meglio invoca quell’ectoplasma di Romano Prodi a presiedere il Partito democratico. Che sente già suo visto il tono col quale ha liquidato la tentazione di Rutelli di scendere dallo sgangherato barcone del Piddì: «Se qualcuno se ne va, non succede niente».
Tanto, poi, ci penserà lui, lui Prodi, a tappare il buco lisciando il pelo a Nichi Vendola, mettiamo, rappattumando qualcosa a sinistra della sinistra, ché tutto fa brodo per l’Ulivo che incombe.
Strani tipi i «sinceri democratici»: metter su quell’ambaradan delle primarie, disseminare l’Italia di gazebi, scucire i due euri per poi ritrovarsi tra i piedi Romano Prodi. Struggersi per dare alla sinistra quella nuova e tanto agognata identità per poi affidarsi a Romano Prodi. Un ragiunatt della politica per il quale contano solo i numeri: tanti ne servono per diciamo così governare, tanti ne somma senza badare alla provenienza. Alla fine i conti non gli sono mai tornati, nonostante avesse, in un caso, fatto ricorso anche ai senatori a vita portati a braccia. Ma solo questo sa fare: contare. Altro che ideologia, altro che identità.
L’ultima volta, per accontentare tutti i capricci ideologici della raffazzonata compagine governativa sfornò un programma di governo di oltre duecento pagine. Quando fu silurato (dai suoi: Prodi è destinato a cadere per fuoco amico) di quel programma nessuno era andato più in là della prefazione. E questo è l’uomo che Bersani giudica opportuno se non proprio indispensabile mettere alla presidenza e dunque a rappresentare l’anima del Partito democratico. Plumbeo nella sua struttura su modello politburo, inane nella azione (e meglio non parlare del pensiero). Fino a qualche decennio fa l’incubo dei «sinceri democratici» era quella di dover morire democristiani. Ci pensarono Antonio Di Pietro e i suoi sodali del pool meneghino a liberarli da quell’ossessione. Ora, però, in un tripudio di tartufismo e di ipocrisia buonista si ritrovano destinati a morire o comunque a sopravvivere prodiani. E non si vede cosa ci sia da guadagnarci, nel cambio. Però è esattamente quel che si meritano per aver preso sul serio le omelie dei repubblicones mandandosi così il cervello in pappa con l’antiberlusconismo isterico. L’odio è sempre un cattivo consigliere e infatti ecco il risultato della «festa delle primarie»: un Bersani nostalgico del comunismo del buon tempo andato e un vecchio arnese della politica, sussiegoso, arrogante eppure pieno di lividi per le batoste che ha dovuto subire, un tessitore di vendette, un virtuoso della rappresaglia: il cicloturista Romano Prodi. Con quei due, ha voglia il popolo a voler andare alla riscossa. Campa cavallo.
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