sabato 05 novembre 2005, 00:00
La spia del falso dossier: «Pollari non c’entra»
La verità del protagonista dell’intrigo sull’acquisto di uranio da parte di Saddam: «Le carte arrivavano da una fonte dell’ambasciata africana. E le girai ai Servizi francesi»
Gian Marco Chiocci
Mario Sechi
da Roma
Rocco Martino è l’uomo che ha «veicolato» le false lettere dell’ambasciata del Niger a Roma. È l’uomo a cui i quotidiani americani fanno riferimento nelle loro ricostruzioni sul Cia-Gate. È il «postino» di quella miscela di cose vere ma soprattutto false che secondo alcuni «riduzionisti» sarebbe all’origine della guerra in Irak. Questo è il suo racconto, non è detto che sia la verità. È semplicemente la sua versione dei fatti come emerge in un colloquio con Il Giornale, una versione forse piena di buchi neri, forse in parte da verificare, ma dove emergono anche le sue colpe.
Il primo contatto.
Siamo nel 1998, forse 1999, a Roma. Se la data è ancora incerta, Martino di sicuro fa la spia. È pagato dai francesi della Dgse, ma ha lavorato in passato per il Sismi e - dice lui - mantiene ancora buoni rapporti con un colonnello dei servizi segreti, Antonio Nucera, che a un certo punto «nell'ambito di questa collaborazione» gli chiede: «Saresti interessato a conoscere una fonte che sta in un'ambasciata?». Martino accetta. Il contatto con la «signora dell’ambasciata» è avviato.
Il colonnello Nucera qui appare e qui scompare. La più breve interpretazione del thriller, ma è la prima scintilla, originata forse involontariamente e senza doppio gioco. Nucera fa solo il link e poi non passa «nessuna altra fonte» continua Martino. Questo è quel che dice l’interessato, su questo invece i Servizi dubitano. «Da quel momento partono cifrari e messaggi. Naturalmente dopo ho riferito tutto ai Servizi francesi senza far cenno di Nucera. Ho detto loro: “Ho trovato una fonte che può essere interessante”...».
Martino accredita la talpa in casa nigerina, scambia informazioni e incappa su un traffico d'uranio tra il Niger e l’Irak di Saddam Hussein che poi l'Aiea di Vienna svelerà essere un falso. Ma questo accade molto tempo dopo, perché la storia dell’uranio, di Saddam e dei nigerini, pochi lo ricordano, nasce quando al governo - aggiunge Martino - in Italia «c’è ancora il centrosinistra al governo» e a Forte Braschi «non c’era certo Pollari».
È in quell’epoca che «la fonte mi ha cominciato a dare delle cose - racconta Martino -, le prime non riguardavano il Niger-gate. Poi sono cominciate ad arrivare quelle sull’uranio, alcune vere, come il messaggio dell’ambasciatore iracheno che va là (in Niger, ndr). La disinformazione si sa benissimo che si fa con cose vere e cose false».
Dalla «signora dell’ambasciata» arrivano 17 lettere. Radioattive. Sono in parte false e giungono sul tavolo degli 007 francesi della Dgse che conoscono il Niger come le loro tasche (è un’ex colonia di Parigi). Strano, le volpi transalpine stavolta non fiutano il bidone. «Ah, questo è un mistero - prosegue Martino -. Solo quando era scoppiato tutto il casino, mi hanno detto: Rocco, ma lo sai che quelle cose che ci hai dato sono false. False? Allora ho chiesto alla fonte, che è caduta dalle nuvole».
Quell’insalata mista di telex, timbri e memorandum, Martino pensa sia un tesoro, finché non scopre il falso è qualcosa di prezioso, potrebbe essere per gli Stati Uniti la pistola fumante contro il regime iracheno di Saddam Hussein. Uno dei misteri del Niger-gate è se Martino prova a piazzare il pacco per soldi, oppure se agisce per conto di quell’intelligence straniera che il Sismi tiene d’occhio. Le lettere intossicate finiscono tra le mani di una brava giornalista di Panorama, Elisabetta Burba, che corre prima all’ambasciata americana per un check diplomatico, poi vola in Niger e non trova conferme. Intanto dagli uffici di via Veneto le lettere rimbalzano sul tavolo della Cia e del Dipartimento di Stato. Non al Sismi. Il risiko è cominciato.