di Gianluca Veneziani
Al liceo scientifico di Trani «V. Vecchi», una prof di latino della 3ª C, Angela Di Nanni, in un impeto di accecamento ideologico e di virtuosismo creativo, ha proposto agli studenti non una comune versione di Stazio o di Tito Livio, ma un testo spavaldamente riferito all’attualità. Silvius Berlusconi apud iudices vocabitur, cioè «Silvio Berlusconi sarà chiamato davanti ai giudici».
Che ci fa Berlusconi in un testo in latino? È forse un antenato di Silvio, che viveva ai tempi dell’antica Roma e si chiamava col suo stesso nome? Si tratta magari di Silvio, il figlio di Enea, cantato anche da Dante («di Silvio il parente», Inferno, Canto II) e progenitore di Romolo e Remo (pardon, di Romolo e Remolo)? È uno che ha fondato la città di Mediolanum (intesa come Milano) prima ancora che Berlusconi fondasse l’azienda Mediolanum? Ma no, è proprio il nostro premier Silvio Berlusconi, promotore di Vis Italiae (Forza Italia), e poi creatore del Populus Libertatis (Popolo della Libertà).
Ma allora, come si ritrova in una versione in latino? Non l’avranno mica scritta Cicerone o Giulio Cesare? Non l’avrà mica scritta Virgilio, in un sussulto di lungimirante profezia? E non esisterà forse un’ignota Berlusconeide, opera epica di un homo novus, che si è fatto da solo strada in politica?
Nulla di tutto questo. Si tratta di una versione creata ad hoc per adeguare il latino alle nostra temperie politica, con la speranza che anche una lingua morta «sparli» di Berlusconi. Il testo si presenta infatti come una catilinaria mordace contro il premier. Vi si parla del Lodo Alfano (legem nomine ministri Alfano appellatam) e della sua incongruenza con la Costituzione italiana (legi supremae incongruam esse). Si sottolinea anche la necessità che Berlusconi compaia davanti ai giudici per i reati di cui è accusato (in ius vocabitur). Vi lasciamo immaginare, d’altronde, che la versione è scritta in un latino italianizzato, quasi maccheronico, con una sintassi schiacciata su quella della nostra lingua, che nulla ha a che vedere con i costrutti di Ovidio o i periodi di Sallustio. Un latino fai-da-te, ad uso e consumo della militanza politica. Desta quindi una certa ilarità leggere le «colpe infami» di Berlusconi nella lingua che fu di Seneca. Corruptela, fraus e adulteratio, cioè «corruzione, frode e falsificazione». Dove adulteratio sembra anche alludere al suo peccato di adulterio, al fatto che Berlusconi sia un marito fedifrago.
Da qui viene il sospetto che l’ira funesta della prof militante presto si possa scagliare anche contro la vita privata di Berlusconi. E le suggerisca di trattare in una versione, non solo del Lodo Alfano, ma anche dei festini con le escort (malae mulieres o meretrices), di Tarantini (che non sono gli alleati di Pirro), e delle Guerre Peniche del Silvio. Magari immortalando la figura di Patritia D’Addarius come quella della nuova Cleopatra.
Il materiale, a ben vedere, non manca. Anche se, per par condicio (toh, un altro termine latino), la prof dovrebbe occuparsi anche delle vicende scabrose del governatore del Lazio Petrus Marrazzus. La versione sarebbe più che mai idonea, vista la sua ambientazione romana. Chissà, il testo si potrebbe intitolare «Scandalum in Urbe». E non mancherebbe neppure la possibilità di tradurre «trans», dato che il termine esiste già in latino, e le figure androgine erano presenti già nell’antica Roma. Anche se, in questo caso, più che di una versione si tratterebbe di una per-versione.
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