L'addio della Tinagli: "Me ne vado dal Pd, Veltroni ha tradito tutte le sue promesse"

Opposizione allo sbando. Giovane e cervello in fuga, era la figura perfetta per i democratici. Ma lei accusa: "Sono delusa, che differenza c’è fra noi e Di Pietro?". Il dialogo secondo Walter: gli insulti

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Roma «Donna». «Giovane». E per giunta «Cervello - come si dice - in fuga». Esperta di «Politiche pubbliche per l’innovazione». Professoressa alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh. Autrice di un apprezzato saggio (Talento da svendere, Einaudi) sulla crisi della creatività italiana e la dissipazione dei talenti. Insomma, solo un anno fa, Irene Tinagli aveva uno di quei pedigree di cui Walter Veltroni andava a caccia, per il suo nuovo Pd. E infatti ci era anche entrata, nel frullatore del partito, la Tinagli. Prima candidata alle primarie. Poi precettata - posto di prestigio - in direzione nazionale. La notizia di ieri è che con la stessa facilità con cui era entrata, Irene è uscita. Con una lettera molto sobria (ma amarissima) consegnata a Il Riformista: «Caro Walter, io me ne vado». Constatazione laconica: «In un anno non mi hanno consultata nemmeno una volta».
Professoressa Tinagli...
(Risata scarlatta, voce giovane) «Non mi faccia sentire vecchia!».
Il suo strappo sembra sofferto.
«Certo, lo è. È una decisione che mi è maturata dentro lentamente, figlia di una delusione profonda».
La sua decisione è ritrattabile?
«Guardi, sono la persona più aliena ai riti della vecchia politica».
E quindi?
«Vorrei che fosse chiaro, non mi faccia scherzi scrivendo l’intervista: non voglio negoziare nulla. Ho solo comunicato una scelta».
Una lettera che però arriva nel pieno del «Villari-gate».
«Non posso negare che la vicenda grottesca delle dimissioni ha contribuito: non è un bello spettacolo come le cose vanno nel Pd».
Come si era avvicinata al Pd?
«Merito di Paola Concia, oggi deputata, persona seria e appassionata. Come Gianni Cuperlo. Hanno letto le mie cose su declino italiano, si sono incuriositi, appassionati. Paola mi è venuta a cercare».
E cosa le ha detto?
«Ci servono persone come te, candidati, lavora insieme a noi».
E lei si era fatta pregare?
«Al contrario. Però avevo spiegato che, vivendo all’estero, avrei funzianato solo se chiamata a dare un contributo di idee: un lavoro intellettuale, che non poteva produrre volantinaggi, candidature, forme di militanza tradizionale».
E cosa le rispose?
«Che era proprio quello di cui c’era bisogno!».
Lei si candida, viene eletta, è nella Costituente e Veltroni la coopta addirittura in direzione...
«Già. Ci incontriamo prima della nomina, spiego anche a lui che tipo di lavoro voglio fare. Mi pare contento. Anche io sono contenta di quel che dice di voler fare».
E il problema qual è?
«Che a partire dalla sconfitta elettorale, non ha fatto una delle cose che aveva promesso».
Non mi dica che anche lei avrebbe voluto le sue dimissioni...
«Senta, io studio anche i meccanismi di impresa. Se la sconfitta ci fosse stata in un posto dove ci sono regole di responsabilità, forse il presidente della società, con l’attenuante di essere in carica da poco, poteva salvarsi, ma...».
C’è un ma?
«Sì, certo. Questo può accadere, dopo un tale fallimento solo se ci sono le dimissioni di tutto il top management. Loro vanno via subito, il capo li segue appena può».
E chi è il top management Pd?
«Tutti i dirigenti di prima fila! Per dire: Bettini raccontava cose condivisibili. Ma se poi è lui che ha gestito la partita candidature, sarà anche un po’ sua la colpa, o no?».
Proviamo a raccontare la sua «vita di partito» in questi mesi.
«Lì matura la mia delusione».
Mi faccia un esempio.
«È tutto il meccanismo del Pd che è sbagliato. Se io devo fare un intervento, in università o in azienda, per prima cosa mi preparo».
E non lo faceva per la direzione?
«Magari avessi potuto. Su che? Gli ordini del giorno, l’abc di ogni dibattito, erano sempre astrusi, vaghi. Ancora oggi non capisco».
In che senso?
«Che per ore di discuteva di tutto e nulla. Vani comizietti, si parlava di quello che capita. Finché...».
Cosa?
«Ogni volta, a dieci minuti dalla fine, dal vertice arrivava la proposta vera su cui votare: zero riflessione, alzata di mano, tutti d’accordo, tutti a casa. Le pare possibile?».
Sospetta che sia una tecnica per spingere proposte last minute?
«Non dico necessariamente questo. Ma certo che se non è così, è quasi peggio: perché in quel modo non si può dare nessun contributo nemmeno volendo».
Lei si dice delusa dall’appiattimento del Pd sull’Onda.
«È così. Ci liberiamo della sinistra radicale perché dice sempre no, e poi su università e scuola recuperiamo le argomentazioni oppositive di sempre, le stesse parole d’ordine di quando facevo il liceo?».
Lei che pensa della Gelmini?
«Che malgrado le deformazioni propagandistiche, un progetto sul merito ce l’ha dalla campagna elettorale, e lo ha studiato bene».
Quindi?
«Va incalzata, messa alla prova. Attaccata solo se si sottrae al confronto. Altrimenti che differenza c’è tra noi e Di Pietro?».
C’è un capitolo del suo libro che consiglierebbe a Veltorni?
«L’ultimo, sui meccanismi della politica. 14 pagine. Ma purtroppo c’è tutto».
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COMMENTI

58 commenti su 1  2  3  4  5  6   7  8  9  10   pagine dal più vecchio | dal più recente
#28 nonna.mi (461) - lettore
il 22.11.08 alle ore 13:00 scrive:
Irene Tinagli impersona perfettamente quella che dovrebbe essere una opposizione intelligente e propositiva.Non conosco le sue idee che potrei forse non condividere,ma penso che in ogni caso un confronto con una simile persona sarebbe sempre civile e produttivo. Myriam
#27 Imerio (103) - lettore
il 22.11.08 alle ore 12:29 scrive:
Di che si lamenta e si stupisce la professoressa? Avrebbe dovuto ben conoscere la nota lettura gramsciana, secondo la quale la funzione dell'intellettuale trova la sua unica ragion d'essere nell'"organicità" di quest'ultimo con l'attività di partito; in altri termini, la figura dell'intellettuale non serve assolutamente a formulare idee o proposte, ma è esclusivamente tesa a produrre l'apparenza di una validazione scientifica al consenso ideologico: in tal senso, deve fungere da "specchietto per le allodole", per diffondere nel pubblico l'impressione che le "scelte politiche" del partito (qualsiasi esse siano) non dipendano unicamente da postulati ideologici di dubbia valenza pratica, ma costituiscano, altresì, delle scelte dotate di un intrinseco valore, anche sotto il profilo dell'obiettività scientifica. Possibile che una studiosa, tanto colta da scrivere addirittura opere sull'organizzazione(anche quella politica)non abbia colto questa evidente ovvietà?
#26 fabio.bonari (1857) - lettore
il 22.11.08 alle ore 12:21 scrive:
"Intendi la ragione e non ti bisogna sperienza."(Leonardo da Vinci) Se questa signora fosse davvero questo gran cervello,nel Pd non ci sarebbe neanche entrata.
#25 porthos (2332) - lettore
il 22.11.08 alle ore 12:13 scrive:
Leggendo questa chiara e piacevole intervista, mi è scattato automaticamente il paragone fra le idee espresse in modo chiarissimo dalla Prof. Tinaglia, e le varie interviste rilasciate nel tempo dalla annina finocchiaro o dalla "pasionaria" livia turco. Che abisso ! Calma, pacata, indipendente, la prima, esagitate, partigianissime, superschierate ed appiattite sull'opinione del kapo e del partito, le seconde, incapaci di un opinione autonoma ed autodeterminata.. Se il buongiorno si vede dal mattino, è la Tinaglia che vedrei come risorsa reale di un partito in evidente affanno, non due cariatidi, viste le legistlature vissute, ideologicamente anchilosate, specie la turco, ed incapaci di non citare "il partito" una parola su tre. Mentre la Tinaglia dipinge uolther per quello che realmente è,ossia un assoluto ed inconcludente vuoto a perdere, le due signore della vecchia guardia continuano a sferruzzare merletti per il loro idolo carismatico, uoltherino,forse sperando, invano, che cresca
#24 gipaoris (9) - lettore
il 22.11.08 alle ore 12:01 scrive:
Veltroni penso sia stato e sia RICATTATO da Di Pietro e per questo ha imbarcato l'IDV e non può staccarsene. Credo che Di Pietro gli abbia fatto sapere che alcuni magistrati sono in grado di decapitare fior di Presidenti e Giunte rosse di cui tengono in cassetto incriminazioni pronte. Alle prime titubanze di Veltroni, zac! è saltato Ottaviano del Turco, guarda caso nell'Abruzzo di Tonino che ora può fare laggiù scorpacciata di voti che lo accreditino in tutta Italia. Al PD serve una scissione ma, ovvio, non potrà essere che DOPO importanti elezioni. Quindi per molto ancora ne avremo danno tutti.
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