Non si sentono un po’ complici, quantomeno nella forma di quel concorso esterno in associazione mafiosa che tanto si porta nelle Procure, coi picciotti e le coppole storte che si son messe nel lucroso business delle così dette carrette del mare? La mafia mica è una onlus: senza la prospettiva d’un guadagno non si scomoda. E da cosa è garantito il guadagno? Dai piagnistei umanitaristici, dalle lagne terzomondiste, multietniche e multiculturali che rappresentano il più suadente incentivo all’immigrazione clandestina: comunque vada, il piede lo si posa, sul suolo italiano. E appena posato comincia il valzer dell’accoglienza premurosa (che comprende anche l’immancabile «supporto psicologico »), anticamera della permanenza a oltranza. Subito accordata se si riesce poi a infilarsi nella lista dei perseguitati politici. Quando la gran parte dei nuovi arrivi, come scriveva ieri il direttore Alessandro Sallusti, è caso mai perseguitata dalla polizia per reati comuni.
Se quelle lagne, se quei piagnistei non si levassero con tanta molesta insistenza, se le sedicenti carrette del mare fossero fermate ai limiti delle acque territoriali o se, in ultima analisi, mezz’ora dopo lo sbarco i clandestini fossero nuovamente imbarcati e rispediti ai porti di origine, non vedendovi l’affare la mafia ne sarebbe fuori. Se ne è dentro, se ha allestito una flotta, se ha assoldato intermediari extracomunitari e se stipendia dei procacciatori in Egitto e in Tunisia è perché, assordata, rimbambita dal buonismo terzomondista, il nostro è diventato, per chiunque voglia - e per qualunque ragione, spesso inconfessabile - emigrarvi clandestinamente, il Paese della Cuccagna.
Dopo la retata del clan Brunetto, appare evidente che l’insistere per mantenerlo tale non è più un omaggio agli ideali terzomondisti, ma il tenere bordone alla mafia, consentendole nuove fonti di guadagno e dunque di criminale sviluppo. Se non è correità, questa, assai poco ci manca.
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