venerdì 28 agosto 2009, 07:00
Le ovazioni di Genova? Nemmeno i camalli stanno più col Pd
GenovaUn maestro di battute come Francesco Storace fotografa la situazione in tre righe: «Un tempo, se uno di destra partecipava ad un evento di sinistra e beccava applausi, si chiedeva dove avesse sbagliato».
Ed effettivamente, nelle ovazioni (sì, ovazioni più che applausi) riservate a Gianfranco Fini dalla platea della Festa Nazionale del Pd di Genova, cè qualcosa di più di una cortesia istituzionale o dei tempi che cambiano o, per dirla con Fini, di «una società ideologica di cui non so che farmene». Cè persino qualcosa di più dei tredici anni passati da quel giorno fra i viali della Festa dellUnità di Modena quando Gianfranco Fini attraversava gli stand fra lincredulità delle arzdore e dei camerieri con la falce e il martello ancora stampati sui grembiuli. Quel giorno, i più benevoli erano comunque estranei e per trovare uno che si fece fare un autografo occorse cercare fra gli esponenti di An in trasferta alla Festa. Laltra sera, invece, gli autografi li chiedevano i militanti del Pd. E, visto che cero in entrambe le occasioni, posso testimoniare che è tutta unaltra storia.
Ma, per lappunto, il Fini collezione fine estate 2009 così diverso dal Gianfranco collezione fine estate 1996, va oltre gli stand della Festa. Entra nella storia recente dItalia. E, paradossalmente, ci entra la prima volta in cui il Partito erede del Pci occupa con la Festa la città vecchia. La prima volta in cui gli steccati non separano più gli stand dal resto del mondo.
Ha un bel dire Bersani che «gli applausi a Fini sono applausi alle nostre idee». Ma qui, gli applausi corazzati a Fini alla Festa dei compagni, sono qualcosa di più che in qualsiasi altro angolo dItalia. Perché Genova è la città del 1960, dei camalli in piazza con i ganci per impedire la celebrazione del congresso del Movimento Sociale, che fu il partito di Fini. Perché Genova è la città in cui, ogni giorno, una trentina di anarchici contesta gli alpini nelle strade per lordine pubblico. Perché Genova è la città che la «medaglia doro della Resistenza» se la appunta anche nei giorni feriali e in cui le istituzioni, fra un corteo autorizzato della destra estrema e uno non autorizzato dei centri sociali, scelgono il secondo e lo mettono nero su bianco su carta intestata. Perché Genova è la città che attaccò pesantemente lo stesso Fini quando era nella sala operativa del G8.
E invece gli applausi sono convinti. Persino sul G8, persino dove Fini non se li aspettava. Qualcuno, fra gli irriducibili ex comunisti, ha provato ad abbozzare che «Fini si era portato la claque. Ma, se non si vuole correre il rischio di sopravvalutare il coordinatore cittadino del Pdl Gianfranco Gadolla e due consiglieri di quartiere che lo scortavano, è difficile sostenere la tesi. E quindi anche gli applausi erano tutti Pd puro. Certo, qualcuno che non ci sta cè. Ad esempio, Giorgio Sciaccaluga, «militante da sempre», dopo le parole del presidente della Camera sul G8 si è avvicinato alla sindaco di Genova Marta Vincenzi, movimentista di ogni movimento, e le ha detto: «E la Diaz? Quello lì che applaudiamo se la dimentica la Diaz?».
Ma sono eccezioni. Sfumature rosse in un coro che, comunque, è tutto pro-Fini. Da un lato perché parte della base di un tempo pura e dura non cè più. Fra i camalli della Culmv, al dopolavoro di San Benigno, ad esempio, il Pd non è più «il Partito». Ma un partito: ce ne sono tanti che hanno scelto la sinistra radicale, ce ne sono ancor di più disillusi dalla politica, cè addirittura qualche leghista. Ma loro, duri e puri per definizione, quelli c