Ci hanno pensato i colonnelli a tradurre. La visita non era programmata, avvertono. Né Maroni è venuto per chiedere a Tosi di abbassare i toni. Anzi, gli ha espresso «solidarietà». E insomma, più dei contenuti del colloquio può il gesto: «Parla da sé ed è un segnale ben preciso di vicinanza: Maroni è venuto a dire che Flavio non si tocca, che non è isolato, e che attaccarlo significa attaccare lui, Bobo». Del resto, annotano: «Non siamo noi a dover abbassare i toni, se mai sono loro a cercare sempre pretesti per attaccarci». Là dove «loro» sono i fedelissimi del capo, quel cerchio magico accusato di condizionarne le scelte anche in barba all’orientamento (e allo scontento) della base.
Prova ne sono i congressi provinciali di questi mesi. I «maroniani» hanno vinto tutto quello che c’era da vincere, dal Veneto alla Liguria passando per le recenti sfide in Valcamonica e a Brescia. Dove non hanno vinto, è solo perché i congressi sono stati sospesi proprio perché gli uomini del cerchio rischiavano di finire in minoranza, dal Tigullio, dove la candidata del «tesoriere» Francesco Belsito era certa di perdere, a Padova e Treviso, quest’ultima patria di Giancarlo Gentilini, lui pure «imbavagliato» dopo aver pronunciato un profano «io sto con Napolitano». L’ultima partita è quella che si giocherà domenica a Varese, terra natia dell’Umberto e della Lega ma anche di Maroni. Qui non c’è partita, i militanti sono tutti maroniani. I candidati sono Leonardo Tarantino, sindaco di Samarate, maroniano di ferro; Donato Castiglioni, già vicesegretario provinciale, dell’area del senatore Fabio Rizzi. E poi c’è il terzo, quello su cui, a sorpresa, ha deciso di puntare Bossi: Maurilio Canton, il sindaco di Cadrezzate detto «il tagliagole», che non è esattamente un complimento, anche in politica.
A Varese ieri non s’è parlato d’altro. Ira funesta dei militanti, perché non era mai successo che il capo si buttasse nella mischia all’ultimo momento, a eserciti già schierati. Veleni: «Non è l’Umberto, è il Marco, lì, il Reguzzoni, che infatti era sul palco dietro al Bossi alla festa di Buguggiate, quando ha chiesto di votare Canton».
Di certo c’è che hanno deciso di disobbedire. Checché ne dica Maroni. Ieri il ministro s’è defilato sulla partita varesina. L’hanno cercato per chiedergli lumi, ma lui niente, nessuna indicazione perché non è allo scontro frontale col capo che vuole andare. E loro decideranno per sé. Così, a un certo punto del pomeriggio girava un sms firmato dal segretario cittadino Marco Pinti: «Se votassimo tutti Castiglioni?». Ammutinamento, ebbene sì. Perché la vittoria del «tagliagole» va scongiurata a ogni costo, e allora tanto vale riunire il fronte su un candidato unico, anche sacrificando Tarantino. Te lo dicono tutti, tanto anonimi quanto adirati: «Tolga pure il condizionale: non è che potremmo disobbedire al capo, è già certo che andrà così», perché Canton è «invotabile» e «impresentabile». Si sono riuniti ieri sera per valutare il da farsi, si riuniranno ancora in questi giorni. Assodata la volontà di disobbedire, infatti, si tratta di decidere il come. Se andando al muro contro muro boicottando il candidato di Bossi, o se con un escamotage, magari sul numero legale, per rinviare l’assise.
Perché la vera partita del cerchio magico è quella per strappare la leadership della Lombardia a Giancarlo Giorgetti: conquistata quella, la strada per la successione di Bossi è spianata. Non a caso, dopo anni di silenzio inizia a sollevarsi un coro nuovo, che chiede i congressi «nazionali», quelli per la guida delle regioni. Sono bloccati da quando Bossi si è ammalato, era il 2004. Sarebbe la conta finale.
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