Eppure mentre sui casi del primo tipo si marcia a tutta velocità, su quelli di secondo tipo - dopo magari qualche piccola mossa burocratica - nessun grande dibattito è stato aperto dal famoso organo di vigilanza. Nessuna anticipazione è stata data alle stampe su provvedimenti in arrivo. È forte la sensazione di vivere in un Paese in cui le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura esprimono una tendenza squilibrata. In particolare per quel che riguarda la violazione del segreto d’ufficio, questo reato pare essere perseguibile solo quando viene commesso da soggetti ostili alle procure militanti.
D’altra parte un atteggiamento di questo tipo pare prevalere anche in altri organismi come l’Ordine dei giornalisti secondo il quale un direttore che fa scrivere gratuitamente un «radiato», va sospeso per due mesi. Mentre in un altro quotidiano si può interpolare l’editoriale di un collaboratore, che per questo si dimette, senza che voli una mosca.
L’Italia non è un regime, persino un direttore fazioso come Ezio Mauro, in un recente libro scritto con Gustavo Zagrebelski, deve spiegare al suo interlocutore fanatico come le libertà fondamentali non siano, almeno al momento, in discussione. La vecchia scuola comunista insegna - e su questo pazientemente deve educare l’estremismo azionista - che la propaganda per reggere deve basarsi sulla realtà. L’Italia non è un regime ma non manca di tendenze illiberali che crescono dentro il suo Stato e la sua storia. Noi poggiamo su un establishment chiuso, troppo spesso strumento di controllo oligarchico, incapace di fornire un’alta garanzia alla pubblica discussione. Abbiamo una tradizione che viene da lontano, dalla stessa matrice savoiarda, di «corpi» che divengono separati e s’impongono sullo Stato.
Le nostre èlite a lungo poco legate al popolo e tendenzialmente giacobine, dopo il ’68 si sono politicizzate integralmente diluendo drammaticamente la propria professionalità. L’Italia non è un regime e pure i pm militanti non potranno fare come i carabineros di Augusto Pinochet anche perché le loro stesse divisioni feudali lo impediscono. Ma la destabilizzazione dello Stato procede: dalla presidenza del Consiglio ai servizi di sicurezza, ai Ros, a Gianni De Gennaro, alla Finanza, alla Protezione civile. Funzioni fondamentali per la nostra vita collettiva sono poste sotto scacco senza che emergano soluzioni alla crisi. Imprese pubbliche, dall’Eni a Finmeccanica, tra le poche grandi realtà nazionali sono da mesi bombardate, magari da giornalisti fedeli a questo o quel banchiere (preferibilmente influente nella proprietà della testata per cui si scrive). Per fortuna c’è l’Europa che risparmia esiti catastrofici, ma l’orizzonte di un declassamento della nostra libertà è di fronte a noi.
Csm
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