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martedì 14 marzo 2006, 00:00

«L’eskimo non è mai uscito dalla redazione»

Parla Michele Brambilla, l’autore del pamphlet che descrisse il potere della sinistra a via Solferino: «Se Mieli avesse scritto di votare a destra avrebbero scioperato»

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Stefano Zurlo

da Milano

L’outing di Paolo Mieli non l’ha sorpreso. «Semmai - spiega Michele Brambilla, giornalista e scrittore, oggi direttore del quotidiano La Provincia di Como - mi ha colpito di più la presa di posizione del comitato di redazione. Il cdr voleva addirittura che Mieli impegnasse tutti i suoi editorialisti a sposare la stessa linea. Questo la dice lunga sulla situazione al Corriere della sera e sul potere dei giornalisti. Non è cambiato molto dai tempi in cui scrissi L’eskimo in redazione».
Quindici anni fa, febbraio 1991. Brambilla aveva solo 32 anni e lavorava alla cronaca in via Solferino; eppure il suo libro L’eskimo in redazione, pubblicato da una piccola casa editrice, l’Ares, diventò un caso, ebbe molte ristampe e guadagnò le prime pagine dei giornali. «Di tutti tranne quello in cui lavoravo - sorride Brambilla -. Il Corriere prima ignorò il volume che raccontava il conformismo e la viltà della stampa di fronte al terrorismo degli anni Settanta; poi lo stroncò».
Come andò, Brambilla?
«Il direttore del Corriere all’epoca era Ugo Stille, un uomo di bandiera. In realtà la corazzata di via Solferino era in mano a due ottimi professionisti: Giulio Anselmi e Tino Neirotti. Un giorno, fatto insolito, Neirotti, il vicedirettore, mi telefonò».
Perché?
«Mi riempì di complimenti: "Ho letto L’eskimo, è bellissimo, lo facciamo recensire da Giuliano Zincone che è un pentito di quegli anni". Infatti aveva scritto un celebre articolo in cui davanti al dramma dei boat people faceva autocritica sul Vietnam, un mito che era finito in tragedia».
Dunque Neirotti affidò L’eskimo a Zincone?
«Esatto».
Poi?
«Qualche giorno dopo Neirotti mi ritelefonò. Imbarazzatissimo».
Perché?
«Mi spiegò che Zincone aveva scritto esattamente l’opposto del pezzo che lui si aspettava. Non era entrato nel vivo degli argomenti e anzi aveva ironizzato su di me».
Come mai?
«Secondo lui io non avevo capito che in redazione non si indossava l’eskimo ma la grisaglia. Particolare che, francamente, mi fece sorridere perché l’eskimo era una metafora. Anch’io sapevo benissimo che quei giornalisti erano radical chic. Preferivano il cachemire, però la loro testa seguiva gli stessi ragionamenti dei ragazzi con l’eskimo».
Neirotti le diede qualche suggerimento?
«Cercò di risolvere il problema: "Michele - furono le sue parole - scrivi anche tu un pezzo di 60 righe in cui sostieni le tue ragioni. Così lo pubblicheremo in cultura a fianco di quello di Zincone. Mi raccomandò di non dare giudizi, ma di stare ancorati ai fatti. Sono i fatti - fu la sua raccomandazione - la tua forza". Neirotti, un maestro e una persona perbene, aveva perfettamente ragione».
Lei quindi seguì il suo consiglio.
«Ci mancherebbe. Avevo solo l’imbarazzo della scelta: gli episodi quasi incredibili di censura all’interno dei giornali, anche del Corriere, erano davvero tanti».
Per esempio?
«Quando le Br spararono a Montanelli, il Corriere riuscì a non citare il grande Indro, il più famoso giornalista italiano, né nel titolo né nell’occhiello. Il suo nome veniva annegato in un chilometrico sommario. Ancora: la foto simbolo degli anni di piombo, scattata da un fotografo dilettante in via De Amicis a Milano durante gli scontri in cui morì l’agente Antonino Custrà, fu rifiutata dalla cronaca del Corriere
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