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domenica 25 novembre 2007, 07:00

Lettera a un bambino che è nato

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In un convegno a Roma, il Centro Aiuto alla Vita, presentando i risultati della sua attività ha segnalato un dato che obbliga a una riflessione. In trent’anni di lavoro il Centro ha fatto nascere 85.000 bambini. Proprio così: ha fatto nascere. La legge 194, erroneamente indicata come la legge sull’aborto, in realtà tutela la gravidanza, e il Centro di cui stiamo parlando si adopera per aiutare le donne incinte a mettere al mondo il loro bimbo nonostante le difficoltà che esse ritengono di non riuscire a superare.
Le persone che operano nei Centri per l’aiuto alla vita sono tutte volontarie, sono presenti nelle cliniche e negli ospedali perché la legge prevede il tipo di assistenza che esse offrono. E tuttavia incontrano difficoltà se non ostilità, nello svolgere la loro attività, non tanto per motivi pratici, quanto per ragioni culturali: di fronte a una nascita che presenta problemi, l’aborto è drammaticamente la via più semplice, perché è più facile distruggere che creare. In questo modo di pensare c’è la radice più profonda della cultura nihilista occidentale. Il nulla ci sottrae alla responsabilità, l’essere ci obbliga al significato che dobbiamo dare alla vita; il nulla mette un comodo silenziatore alla coscienza, l’essere ci impegna alla decisione e quindi alla scelta morale.
Questa cultura nihilista aggredisce la donna con l’inganno più perfido e malevolo. Le fa credere di liberarla, in realtà annienta la parte essenziale dell’essere femminile. Le fa credere che l’aborto sia un problema che riguarda lei soltanto. Non il padre, che ormai non conta più niente, e soprattutto non il figlio che porta in sé, che c’è, che vive.
Pensare all’aborto sempre dal punto di vista della donna significa davvero favorire la sua libertà, aiutarne la sua emancipazione? O non è piuttosto un modo spiccio e un po’ ipocrita con cui una cultura intende liberarsi di un problema? La legge 194 ammette, in determinate circostanze, l’interruzione della gravidanza. Ma se una cosa è ammessa dalla legge significa anche che è la cosa migliore e più giusta da fare? D’accordo: la legge è stata importante per arginare gli aborti clandestini, per affrontare consapevolmente ciò che comporta qualche grave patologia del feto, ma poi si sono anche fatte rientrare (non previste dalla normativa) situazioni psicologiche della donna incinta che, considerate sbrigativamente e comodamente, sono diventate motivi ammissibili per abortire.
Si è banalizzato il significato della nascita, con conseguenze distruttive enormi per il valore della famiglia. L’arbitrio che porta a interrompere una gravidanza è, poi, lo stesso che porta a distruggere una famiglia: si decide che un figlio che sta per nascere non deve vivere, così si decide con la stessa perentorietà che un figlio nato possa vivere anche senza una famiglia unita. In questo pensiero c’è una arroganza distruttiva che annienta una società, tanto più violento quanto più è sostenuto come affermazione e difesa della libertà dell’individuo.
Ottantacinquemila bambini sono nati grazie al Centro Aiuto alla Vita che è stato capace di far superare tante difficoltà alle donne che non si sarebbero sentite di mettere al mondo il proprio figlio. A questi bambini mi piacerebbe scrivere una lettera che, modificando il titolo di un celebre libro, avrebbe questa intestazione: Lettera a un bambino nato
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