martedì 30 giugno 2009, 10:00
L'ex capo Cia: "Così
rapimmo Abu Omar"
Ecco la vera storia dell'agente Bob Lady, accusato di aver sequestrato l'imam e ricercato dai pm italiani: "Non fu un'azione criminale ma un affare di Stato. Ho solo obbedito agli ordini"
«Hallo, sono Bob». Il computer porta la voce sorprendentemente chiara, dall’angolo di mondo dove lo 007 che dirigeva la stazione Cia di Milano presta ora la sua opera. All’anagrafe si chiama Robert Seldon Lady, 56 anni. Ma a Milano tutti - colleghi, poliziotti, carabinieri, magistrati - lo chiamavano Bob. Gioviale, volpone, efficiente, ricco di risorse.
La spia Bob Lady era l’amico che tutti - in un certo mondo - avrebbero voluto avere. Fino a quel giorno di primavera di quattro anni fa in cui Bob dovette precipitosamente lasciare l’Italia per non finire arrestato dalla Procura di Milano. Il mandato di cattura che lo insegue ancora oggi lo accusa di sequestro di persona. Fu la Cia, dicono i pm Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, a rapire a Milano l’imam estremista Abu Omar, a caricarlo a forza su un aereo ad Aviano e consegnarlo al governo egiziano. Da quel giorno, Bob in Italia è latitante. Ora racconta la sua verità. Il sequestro di Abu Omar, dice, non fu «un’operazione criminale» ma un «affare di Stato», deciso e attuato (molto maldestramente, ammette) nell’ambito della guerra al terrorismo. E io, dice, ero un soldato di quella guerra.
Mentre Bob è chissà dove, qui in Italia il processo contro di lui e gli altri accusati del sequestro dell’imam va avanti e si avvicina alla fine. Domani, nell’aula della quarta sezione del tribunale di Milano, il pm Armando Spataro potrebbe iniziare la sua requisitoria, se non ci sarà un nuovo stop davanti alla Corte Costituzionale. E alla vigilia della requisitoria Bob Lady si lascia finalmente raggiungere via Skype nella sua nuova imprecisata sede di lavoro, per dare per la prima volta la sua versione. Un’ora abbondante di conversazione, parte in inglese, parte nell’italiano spagnoleggiante di Bob.
Mr Lady, il processo ormai è prossimo alla fine. Lei non è mai stato interrogato. Così la prima domanda è inevitabile: si dichiara colpevole? Ha partecipato all’organizzazione del rapimento di Abu Omar?
«No, non sono colpevole. Io sono responsabile unicamente di avere eseguito un ordine che avevo ricevuto dai miei superiori. Ma non è stata una vicenda criminale. È stato un affare di Stato. Quindi io non sono colpevole. Questa è la mia opinione».
Stiamo però parlando di un sequestro di persona. Per la legge italiana, come per quella americana, il sequestro è un reato grave. Lei non aveva la consapevolezza di compiere un reato, mentre collaborava al sequestro?
«Ho lavorato nell’intelligence per venticinque anni, e quasi nessuna attività che ho fatto in questi venticinque anni era legale nel paese in cui la realizzavo. Quando lavori nell’intelligence, fai delle cose che nel Paese in cui lavori non sono legali. È una vita di illegalità, se così vogliamo vederla. Ma le istituzioni degli Stati in tutto il mondo hanno a disposizione dei professionisti del mio settore, e a noi tocca fare il nostro dovere. D’altronde quando Achille ha attaccato Troia ha fatto un’operazione che non era legale, ma era quello che lui e gli altri pensavano di dover fare».
Che la Cia sia venuta a Milano a rapire un estremista come Abu Omar non è particolarmente stupefacente. Invece è sbalorditivo il modo in cui avete condotto l’operazione, lasciando sul terreno una sfilza di tracce: telefonate, carte di credito eccetera. Come fu possibile?