Questa logica è tanto perversa, quanto diffusa nella recente manovra fiscale. Chiunque abbia in Italia una delle 42mila barche che stazionano nei porti tricolori deve ora pagare una nuova imposta. L’intento è formalmente redistributivo. E anche in questo si commette un errore, poiché non si capisce secondo quale standard si possa considerare ricco il proprietario, ad esempio, di una bagnarola a vela, di quindici anni e per di più acquistata usata. Ma il retropensiero è giustizialista, punitivo. La presunzione, non detta, è che, siccome lo Stato non riesce a combattere l’evasione fiscale, si combattono i presunti simboli della stessa. Ecco che ti tasso barche e auto di lusso. E anche in quest’ultimo caso con paradossi incredibili, per cui oggi ci sono auto che hanno un valore inferiore a quello del bollo i cui proprietari saranno costretti a pagare grazie a Monti (e a Berlusconi, che per primo inaugurò la sciocchezza del superbollo).
Ritorniamo così alla filosofia da cui siamo partiti. In un Paese liberale e che ha voglia di crescere e non chiudersi in se stesso si incoraggiano i consumi e non si ammazzano. Si mettono gli italiani nelle condizioni di comprarsi una barca sempre più bella, semmai. E non in quella di doversi vendere la propria perché impossibilitati a pagarne le spese.
Si dirà: siamo in crisi. Chi ha una barca sta meglio di un disoccupato. Affermazione difficilmente contestabile. Ma la soluzione per occupare un disoccupato, purtroppo, non è così semplice come quella pensata, cioè di espropriare il relativamente più ricco per sostenere il più povero. Al contrario, per utilizzare il nostro esempio di partenza, un facoltoso signore che spendesse 100mila euro per una barca, darebbe quattrini al cantiere che la costruisce, ai porti dove staziona, ai bar che si affacciano sul lido e così andando. Questo circolo virtuoso del danaro si chiama mercato. Quello alternativo pianificazione. Che fa un gran comodo solo a chi pianifica: burocrati e politici.
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