lunedì 04 dicembre 2006, 00:00
«Linvidia» di un anno al governo
Difficile credere che uno scrittore affermato, un uomo di successo, ricco e fortunato ma anche colto e ironico come Alain Elkann, possa provare invidia. Eppure il suo libro, intrinsecamente moraviano, Linvidia (Bompiani), racconta una storia vera che io conosco e riconosco nei dettagli essendo interamente derivata dalla nostra comune esperienza nellanno in cui io fui al governo. Cera stata, nei mesi che avevano preceduto quella breve ma folgorante esperienza, una impazienza, unimprovvisa accelerazione dei nostri rapporti consumati negli anni precedenti con intermittenti frequentazioni e una distaccata amicizia. Mia sorella nella casa editrice, le mostre, la televisione erano state occasioni per incontri cordiali, scambi di idee, occasioni esterne. Ma leuforia di quei giorni con la riscossa di Berlusconi e la formazione del nuovo governo avevano messo Elkann in una straordinaria fibrillazione per ottenere il risultato che un amico, così irregolare e imprevedibile e così informale nei comportamenti, quale io ero, diventasse ministro. Della Cultura, poi. E quindi della letteratura. Per ottenere il risultato mosse anche il potentissimo suocero Gianni Agnelli, da sempre ammirato e «invidiato» da Berlusconi. La storia si conosce. Fui sottosegretario, ma tanto bastò a determinare un sodalizio che ci fece lavorare insieme al vertice del ministero, in pieno accordo con il ministro, per un anno intero, tutti i giorni.
Parlo di questo perché Linvidia è un libro di storia e racconta non solo ciò che accadde ma anche ciò che sarebbe potuto accadere se le cose fossero andate secondo il nostro divisamento. Perciò è completamente falsa e quasi ridicola lavvertenza, convenzionale, con cui il libro si apre: «Questo libro è unopera di fantasia. I personaggi e le vicende sono invenzioni immaginarie dellautore. Qualsiasi analogia con eventi realmente accaduti o con persone vive o scomparse è del tutto casuale». La stessa dedica della mia copia smentisce queste quasi paradossali parole: «A Vittorio, il Matteo S. di questa storia (chi sa leggere capisce...)». Esattamente così. E dunque, nella storia (vera, anche nei dettagli) Julian Sax è Lucien Freud, Charles Bloom è Robert Hughes, Rossa, la moglie di Elkann Rosi, Cesare, Peter Glidewell. Insomma, ci siamo tutti. E si racconta del nostro vano tentativo, in perfetto accordo con il fido ministro, per portare alla direzione della Biennale Arti Visive non, come fu, il modestissimo Francesco Bonami ma un grande critico e scrittore, Robert Hughes. Andammo a Madrid e a New York per incontrarlo e convincerlo e anche per portare alla direzione della Biennale Cinema Martin Scorsese, che inizialmente accettò, ma fu poi dissuaso da amici italiani (Veltroni? Pontecorvo?) che gli spiegarono che noi eravamo un governo «fascista».
In quei giorni appassionanti, oltre alla Biennale di Venezia, ci occupammo di tante cose, dagli incontri con filosofi e scrittori nei musei, agli accordi culturali per il restauro del museo di Kabul in Afghanistan, ai palazzi italiani a Tangeri, il convegno su «Orazio e Artemisia Gentileschi» a New York, sempre con slancio ed entusiasmo di Elkann fino allorganizzazione della Fiera del Libro di Parigi (di cui tanto si parlò da mettere in ombra Francoforte) con il padiglione dItalia, ospite donore, concepito da Pierluigi Pizzi a imitazione della Biblioteca Palatina del Petitot a Parma e lo sgradevole scontro con lallora ministra Tasca (anchessa suggestionata dagli scrittori in finto esilio a Parigi, Camilleri, Tabucchi e Consolo, per protesta contro il nostro solito regime «fascista»).