martedì 09 febbraio 2010
 
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mercoledì 22 marzo 2006, 00:00

L’Iri del Professore, diario di un disastro

Prodi è chiamato da De Mita a risanare l’Istituto nel 1982 ma in 7 anni brucia 41mila miliardi di lire

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Negli anni '80, Eugenio Scalfari si vantava di essere al centro di tutti i giochi e assediato da Eccellenze desiderose del suo consiglio. Non si muove foglia che Scalfari non voglia, era il motto del suo gonfio blasone. Anche la presidenza di Romano Prodi all'Iri è stata, a suo dire, farina del proprio sacco.
L'Istituto zoppicava. C'era bisogno di una svolta. Il segretario della Dc, Ciriaco De Mita, ci rimuginava da giorni finché decise di chiedere lumi a Scalfari che riassume così la vicenda. «Quando De Mita mi disse: “Ovviamente ho in mente Prodi per l'Iri”, io gli risposi: “Ovviamente fai benissimo”. Ma poi mi richiamò e mi disse: “Guarda che Prodi non ci sta”. Allora io telefonai a Prodi e gli dissi: “Tu hai l'obbligo di accettare. Parlate tanto di spirito di servizio e poi...”. E alla fine accettò». La sintesi, efficace, è però vanagloriosa. Mette in luce la maggiore autorità di Scalfari rispetto a De Mita, ma oscura le altre illustri paternità di Prodi alla presidenza Iri.
È l'autunno 1982 e capo del governo è il segretario del Pri, Giovanni Spadolini, primo laico a Palazzo Chigi. Romano ha già fama di essere una «riserva della Repubblica», ossia un uomo disponibile al bisogno. È il ruolo che ricoprirà per un ventennio. Assopito nell'università, ma annodato a Beniamino Andreatta, Prodi era già stato, grazie a lui, ministro per qualche mese nel '78. Si era poi tuffato in Nomisma, lasciando che fosse Nino a programmargli le tappe successive.
Giunta la crisi dell'Iri, Romano era in posizione chiave. La sua forza stava nella proprietà transitiva che, tra gente di Palazzo, significa che se A è amico di B e B amico di C, anche A e C sono amici. Prodi, considerato dc di sinistra, perché tale era Andreatta, già consulente del defunto Aldo Moro, era pure pupillo di De Mita, che di Moro era l'erede. Inoltre Andreatta era l'anima del centro studi Arel, di cui era finanziatore l'ingegner Carlo De Benedetti, il quale era intimo di Scalfari che aveva perciò steso la sua ala su Romano, che di Andreatta era il protegé. Infine il premier, Spadolini, che era compagno di partito di Bruno Visentini, il quale era legato a De Benedetti proprietario della società Olivetti di cui Visentini era presidente, non poteva non vedere di buon occhio Prodi che era nella manica di tanti cari conoscenti.
Ricostruita la filiera, torniamo al racconto di Scalfari per coglierne un particolare: la ritrosia di Romano a accettare l'incarico che De Mita gli offriva. Farsi pregare, minacciare le dimissioni e dimettersi effettivamente, è stata una caratteristica di Prodi. È la qualità fondamentale delle riserve repubblicane, che devono essere a disposizione, ma pronte a sgombrare. Capostipite fu Enrico De Nicola, primo capo dello Stato nel 1948, che rifiutava, accettava, si dimetteva e restò in pole position fino alla morte. Ci imbastì una carriera Giovanni Leone, ci si adeguò da vecchio Amintore Fanfani, rimediando una presidenza del consiglio a 80 anni. Campione vivente di questo «spirito di servizio» è Giuliano Amato. Seguendo la scuola, Romano ha tagliato tutti i traguardi. Le inspiegabili altezze che ha raggiunto, si spiegano così. Ma il meccanismo funzionava finché c'era Andreatta a cavarlo dal cilindro e a riproporlo all'attenzione. Ora che da sei anni deve badarsi da solo, c'è da dubitare che Prodi sia altrettanto pronto a tirarsi indietro. Il pacioso emiliano è cambiato. Ha ormai il potere nel sangue e si vede a occhio che è cresciuto in grinta e cattiveria.
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