Il naufragio delle primarie del centrosinistra a Milano, che domenica hanno visto vincere Giuliano Pisapia, appoggiato da Nichi Vendola, per loro è una spia rosso fuoco. Vedersi mettere i piedi nel piatto nella seconda città italiana dalla frangia estrema della sinistra, quella che due anni e mezzo fa, alle elezioni politiche, non strappò nemmeno quel po’ di voti necessari ad avere una rappresentanza in Parlamento non è sopportabile, anche se è chiaro che Vendola Nichi ha quel po’ di carisma sufficiente a farne un gigione di fronte a Bersani e soci. Il vento dell’Est soffia forte tra le sparse truppe progressiste; e arrivano i flebili «non ci sto» dei cattolici e moderati del Pd, quelli che non affidano la propria credibilità politica alla bigiotteria. Il primo obiettore è Marco Follini, che critica il metodo («Il culto delle primarie a lungo andare rischia di trasformare il Pd in un campo di battaglia per le scorrerie di tutti gli altri. Avverto fortissimo il rischio che il partito finisca fuori strada») ma in realtà è spaventato dal merito: la deriva estremista della casa dei democratici. Follini, che come un pontiere ha lavorato senza sosta a creare vie di comunicazioni con le isole centriste, ora si trova attorniato da gente che guarda affascinato le aride steppe dell’estrema sinistra. E pensa a un clamoroso ritorno all’Udc, di cui è stato segretario dal 2002 al 2005. Molto scomodi dentro un Pd «de sinistra» ci stanno anche i deputati ex-Ppi come Simonetta Rubinato, l’ex presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra e Rodolfo Viola, che lanciano un appello: «Il Pd ha il dovere di ritrovare il suo elettorato moderato accentuando la sua vocazione riformista. È il tempo della responsabilità per evitare di finire come nel 1994 dentro una perdente, gioiosa macchina da guerra». Si toglie l’orecchino anche Enrico Letta: «Sarà bene riflettere in profondità prima che sia troppo tardi», butta là sibillino, facendo capire che urge riperimetrare l’alleanza guardando al centro e non à la gauche. Quanto al veltroniano Paolo Gentiloni, annusa l’aria e dorme preoccupato: «Il risultato delle primarie di Milano prefigura quelle che sarebbero le nostre difficoltà se il Pd accettasse di essere confinato in una coalizione di sinistra». E l’ex ministro Giuseppe Fioroni, uno a cui l’orecchino non starebbe nemmeno bene, taglia corto: «Dobbiamo dire con chiarezza che vogliamo l’alleanza al centro con Casini e Rutelli. Basta zig zag».
Poi ci si mette anche Pierluigi Bersani a imbarazzare i cattodem. Nel suo elenco di valori di sinistra sciorinato da Fabio Fazio, sentenzia: «Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi non può deciderlo il Parlamento, perché un uomo resta un uomo, con la sua dignità, anche nel momento della sofferenza e del distacco». Sbuffano i parlamentari del Pd Emanuela Baio, Mariapia Garavaglia, Daniele Bosone e Luigi Bobba: «Abbiamo perso l’occasione di parlare con una parte importante della società italiana, che vede nella vita un valore da promuovere e tutelare e non semplicemente un bene materiale del quale ciascuno di noi può disporre a proprio piacimento. La cultura radicale non può essere patrimonio del Pd». C’è da chiedersi adesso quale sia davvero il patrimonio del Pd. Un orecchino?
Ingrandisci immagine
