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sabato 19 maggio 2007, 07:00

Ma uno spinello non è Brunello di Montalcino

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La tesi più stolta accampata dagli antiproibizionisti per assolvere il libero consumo di stupefacenti è la seguente: le droghe leggere non hanno mai ucciso nessuno, e comunque l’alcol provoca molti più morti. La cronaca nera dell’ultima settimana s’è incaricata di smentire con spettacolare crudezza questa balordaggine. Un autista di pullman esce di strada e ammazza due alunni in gita scolastica: la sera prima aveva fumato hashish. Tre albanesi sequestrano i passeggeri di una corriera di linea, feriscono, rapinano, incendiano: erano strafatti di cocaina. Uno studente quindicenne stramazza privo di vita sul pavimento: tra una lezione e l’altra s’era concesso uno spinello in quello che gli allievi dell’istituto tecnico chiamano «il corridoio delle canne».
Eppure, all’indomani della prima tragedia, il ministro della Solidarietà sociale (che truffa semantica) Paolo Ferrero ha avuto il coraggio di replicare a Letizia Moratti, sindaco di Milano, che invocava un giro di vite: «Che cosa direbbe se risultasse che l’autista del bus aveva bevuto troppo? Forse che si deve proibire il vino?». In perfetta sincronia, segno che nel governo Prodi almeno sull’imprevidenza c’è accordo, anche Livia Turco, ministro della Salute, ha voluto farci udire il suo verbo: «Sono vicina a quelle madri, al loro dolore. Ma non strumentalizziamo la loro atroce sofferenza. E soprattutto non siamo ipocriti. In Italia si demonizza la cannabis e si considera invece parte della nostra cultura il vino. Eppure è l’abuso di alcol che provoca ogni anno migliaia di morti sulle strade».
A parte che i consumi di vino tra il 1986 e il 2006 si sono ridotti da 68 a 48,8 litri pro capite (-28,2%) e che secondo l’Istat le bevande più diffuse tra i 18 e i 24 anni sono gli aperitivi (48%, in aumento del 19%) e tra gli 11 e 17 anni la birra (19,1%) e i cocktail (15,7%), prodotti che non fanno certo parte della nostra cultura, va bene, ammettiamo pure che il mosto d’uva fermentato sia la piaga delle piaghe sin dai tempi di Noè. In ossequio a quale folle par condicio la premiata ditta Turco & Ferrero si sta dannando l’anima per aggiungervi anche il flagello degli stupefacenti?
Chi sia provvisto di un minimo di coscienza, non può ammettere un impiego ricreativo della droga. A differenza del vino, che bevuto con moderazione fa bene, la droga assunta in qualsiasi quantità fa sempre male. Peraltro va ricordato che in Italia la vitivinicoltura dà lavoro a 700.000 persone (1.200.000 con l’indotto), concorre al sistema economico con un fatturato complessivo di oltre 20 miliardi di euro, versa al fisco quasi 6 miliardi di tasse (fonte: Unione italiana vini). Le vigne rappresentano il 41,6% delle coltivazioni permanenti nel nostro Paese. Che vogliamo fare? Chiudiamo le imprese e ci mettiamo a riconvertire quasi la metà dei terreni agricoli, a cominciare dalla zona del Montalcino? Lo sanno o no, questi strenui difensori del Mezzogiorno, che oltre un terzo delle aziende viticole si trovano nelle regioni meridionali, già penalizzate dalla povertà e dalla mancanza di lavoro?
È vero: purtroppo, rivela l’Istat, l’8,4% degli italiani dagli 11 anni in su confessano d’essersi ubriacati almeno una volta negli ultimi 12 mesi, il 50,4% fino a tre volte, il 15,1% fino a sei volte, l’11,1% fino a 12 volte e il 7,7 addirittura più di una volta al mese. Resta il fatto che il mercato della droga mantiene unicamente se stesso, e cioè i narcotrafficanti colombiani, i boss della mafia siculo-americana, i signori della guerra e dell’oppio afgani, i corrieri internazionali, gli spacciatori al dettaglio. Per cui, se non altro, l’alcolismo appare assai meno criminogeno della tossicomania.
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