martedì 16 settembre 2008, 07:00
Macché Milano razzista In città è straniera unimpresa su quattro
«Razzista mi? Lè lu che lè negher». Linfelice battuta in dialetto ha forse più di cinquantanni, quando gli immigrati erano i meridionali, i terrun, e per le strade tutti si voltavano se passava uno straniero di colore, non ne avevano mai visto uno. Curiosità, mica xenofobia. Ed è sempre stato così in questa grande città, che a chi arrivava poteva pur sembrare strana, ma che ha sempre tenuto le porte aperte per tutti. Anche nei momenti più difficili, quando i lunghi treni della speranza scaricavano in Stazione Centrale migliaia di persone arrivate dal Sud, chiamate dalle grandi fabbriche della periferia, e la città ancora non era preparata allinvasione.
Inutile nasconderlo, sono stati anni di tensioni tra due realtà diverse costrette a convivere insieme. Poi la frizione dellabitudine ha fatto abbassare la guardia a chi ci stava già da prima e a chi aveva abbandonato la propria terra per trovare un lavoro. Razzismo, proprio per quello che aveva significato solo pochi anni prima, era una parola bandita dal dizionario della quotidianità. Sì, cerano le prese in giro, le barzellette, gli sfottò di una Milano un po sospettosa nei confronti di quelle famiglie che coltivavano il basilico e il prezzemolo nel bidet. Ma niente a che vedere con le porte sbarrate della vicina Torino che voleva braccia per il boom della Fiat e allo stesso tempo non affittava case ai meridionali.
Ma Milano no. Come una piccola America ha sempre accolto chi aveva voglia di lavorare e comportarsi bene, offrendo ai mangia polenta e ai terrun le medesime opportunità. Lo testimonia la storia di tante famiglie di emigranti diventate importanti e pure ricche negli anni, di generazione in generazione. E che ora alla parola integrazione rispondono con un sorriso: non ci sono mai stati problemi.
E la storia sè ripetuta nellultimo decennio, quando è cominciata laltra invasione: quella degli extracomunitari. Ancora una volta, Milano ha aperto le porte, avanti cè posto. Parlano i numeri: gli stranieri regolari, con permesso di soggiorno e posto di lavoro, oggi sono 175.828 (nel 2001 erano 91.989), mentre il numero dei milanesi è sceso a 1.121.884. Facendo le più elementari operazioni aritmetiche, si capisce che sono quanto mai stonate le voci di chi parla e scrive di una Milano razzista.
Si può chiamare xenofoba una città che ha offerto a 12.681 stranieri loccasione di aprire unattività, dal piccolo laboratorio alla media impresa? Nella Milano che lavora, che un quarto (24%) delle ditte individuali sia intestato a stranieri, significa che la politica sociale e quella del mercato non prevedono barriere e steccati per nessuno. Dati facilmente reperibili a tutti, ma che ovviamente devono essere sfuggiti agli editorialisti dei quotidiani che ieri hanno trascinato un tragico quanto banale delitto in prima pagina per titolare «Odio razzista, ucciso ragazzo a Milano» (lUnità), «Milano, Sporco negro: giovane ucciso a sprangate» (la Repubblica), «Non mandava giù gli insulti razzisti» (Corriere della Sera).
Così, per colpa di due balordi - con precedenti penali - che hanno massacrato con un colpo di spranga Abdoul Guibre, 19 anni, a tutti gli effetti cittadino italiano, Milano diventa allimprovviso una città razzista, una città dove chi arriva da lontano e ha la pelle di un colore diverso deve nascondersi per riuscire a salvarsi. Sotto accusa, la città, deve difendersi da quanti incivilmente sono saltati sul cadavere unicamente per zozzi e vergognosi fini politici. Da quanti meschinamente confondono la sicurezza con la xenofobia.