Mona non ha avuto la stessa pietà della morfina. Dice: «Da femminista ho aspettato tutta la vita di incontrare un uomo da amare e che potesse amarmi. Per decenni ho pensato che quell’uomo sarebbe stato mio padre. A 25 anni l’ho incontrato: era mio fratello». A quel ragazzo «della mia età, in jeans, dall’aspetto mediorientale, più bello di Omar Sharif» gli doveva qualcosa di meglio delle sue confidenze non richieste.
Casuali, quasi sempre inconsapevoli, comunque definitive. Le ultime parole, specie se famose, hanno sempre trovato parenti serpenti, fratelli coltelli e guardoni assortiti pronti a spiare la debolezza di un forte, in nome di un amore che non c’è. Dicono meglio così, vuol dire che non era solo, significa che qualcuno lo ascoltava, che qualcuno gli stava vicino. Ma che consolazione è avere intorno traditori. Raccontano che Leopardi, ma anche Goethe, negli ultimi momenti invocarono «più luce!», mentre Theodore Roosevelt gridò «spegnetela!», ognuno secondo carattere e sentimento. Pavese si raccomandò «non fate troppi pettegolezzi», Alessandro Magno se la prese con i medici «muoio perchè ne ho avuti troppi», D’Azeglio con la moglie «al solito, quando arrivi tu, me ne vado io...». Dino Buzzati non aveva fretta di andarsene «passin passetto mi avvio», Oliver Cromwell non vedeva l’ora «non voglio bere, né dormire, ma andarmene più in fretta che posso», Papa Alessandro VI si sentiva persino spingere «va bene, va bene, arrivo!». Altri alle parole preferirono i fatti: Molière domandò un pezzo di parmigiano, Baudelaire della senape, Cechov si lamentò di non «aver bevuto abbastanza champagne», Kant morì dopo aver buttato giù un bicchiere di acqua e zucchero. Forse a Moma cos’è l’amore potrebbe spiegarlo Cesare Prandelli. Che della sua Manuela, che per lui era tutto, non disse niente: «Porto dentro di me le sue ultime parole, ma non riesco a dirle, a farle uscire. È troppo dura». Devo avere paura? chiedeva Anthony Hopkins alla morte in Vi presento Joe Black. «Non un uomo come te...»
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