domenica 01 febbraio 2009, 09:01
Milano, un giorno nella "fabbrica di clandestini". Gli irregolari entrano in manette, escono liberi
Viaggio tra le aule del tribunale, dove il meccanismo assurdo della
Giustizia rilascia uno dopo l’altro gli extracomunitari senza permesso
di soggiorno. Un avvocato: «Quanti soldi pubblici buttati per niente»
Milano La fabbrica dei clandestini è al piano terra del Palazzo di giustizia di Milano. Tre aule, le gabbie colme di un’umanità giovane e malmessa, nugoli di interpreti e tre giudici che per tutta la mattina scarcerano chi era stato arrestato per non aver obbedito all’ordine di espulsione. È la legge, niente di strano, e infatti le udienze vanno avanti fra porte che sbattono, avvocati che afferrano la bandiera della difesa d’ufficio all’ultimo secondo, agenti col basco azzurro della polizia penitenziaria che entrano e escono in continuazione.
Il giudice Beatrice Secchi chiama Valentin. Dalle sbarre emerge un ragazzo albanese. Ha la faccia quadrata, indossa un giubbotto nero e dimostra tanta buona volontà: «Sono idraulico e lavoro». «In nero», lo corregge il magistrato. Lui scuote il faccione e riprende: «Nel 2002 ero in attesa del permesso di soggiorno nel vostro Paese, stavano per darmelo, questione di ore, e invece mi hanno espulso e in 40 minuti mi sono ritrovato in Albania; nel 2005 sono tornato e mi hanno controllato», ma non si capisce come sia andata a finire. Si capisce invece un’altra cosa: Valentin è pulito, incensurato, ma adesso si era sistemato a casa del fratello che è stato arrestato con altre 15 persone per traffico di cocaina. Lui non c’entrava, solo che è finito nella retata, senza documenti e con un’espulsione sulle spalle. L’hanno portato a San Vittore per permanenza clandestina. «Io lavoro» ripete al giudice «Sì, lei lavora in nero, perché clandestino», sintetizza il magistrato. Che poi stringe: convalida l’arresto e scarcera l’imputato, quindi fissa il processo per il 17 aprile. Ma verrà Valentin? «Quasi tutti tagliano la corda - spiega il giudice - per questo, quando li interroghiamo, ci facciamo consegnare la procura speciale con cui riusciamo a gestire il processo».
È un meccanismo davvero surreale. Il clandestino viene espulso; non se ne va o torna di nascosto nel nostro Paese e allora scatta, obbligatorio, l’arresto. Ma i processi, di media, sono catene di montaggio delle scarcerazioni: l’imputato esce, in attesa del verdetto, e tanti saluti. Oppure, se la sentenza arriva di volata, viene condannato, ad una pena di 6-8-10 mesi. E subito dopo rimesso in libertà. Come è normale quando la pena è inferiore ai due anni. Insomma, l’irregolare viene afferrato dalla legge e dalla legge riconsegnato alla sua vita invisibile. Con una postilla: se lo acciufferanno di nuovo, sempre senza documenti, non potranno più processarlo: non si può giudicare due volte una persona per lo stesso reato.
Valentin è libero e presto sarà libero anche il connazionale che sta al suo fianco dietro le sbarre. Ha i capelli raccolti in una coda di cavallo, indossa come tutti o quasi i clandestini scarpe da tennis e jeans. In più, strano, non spiccica una parola d’italiano. «Come mai - chiede perplesso il giudice - se lei era già in Italia nel ’98?». Mistero. O forse no. «Ma io vivo in Grecia - racconta lui attraverso la mediazione dell’interprete - e sono venuto qua in Italia solo per trascorrere il Capodanno con mio cugino. Abito a casa sua». Il magistrato scuote la testa: «Qua risulta che suo cugino non abbia fissa dimora». Un bel pasticcio. Viene scarcerato, perché incensurato, e viene fissata la data del processo: anche per lui il 17 aprile. «Si tenga in contatto con il suo avvocato», lo saluta scaramanticamente il giudice.