La sensazionale scoperta è stata fatta da Anthony Atala della Wake Forest university a Winston-Salem, Usa, che insieme all’italiano Paolo De Coppi, chirurgo pediatra dell’Università di Padova, ha isolato, dopo sette anni di ricerca, le nuove cellule staminali dal liquido scartato dopo l’amniocentesi. Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology, le nuove cellule, battezzate «staminali derivate dal liquido amniotico», sono potenzialmente utilissime poiché si isolano facilmente, si moltiplicano in fretta raddoppiando in 36 ore e sembrano versatili come quelle dell’embrione. Si possono infatti trasformare in molti tipi cellulari adulti che sono risultati funzionali come normali cellule adulte, sia in vitro sia su animali. E se in quanto a versatilità sono somiglianti a quelle dell’embrione, le cellule del liquido oltre alla facile reperibilità hanno vantaggi aggiuntivi: non richiedono cellule nutrici come guida, non producono tumori, quindi non sono pericolose. «Si sa da decenni - spiega Atala - che sia la placenta sia il liquido amniotico contengono delle cellule progenitrici derivanti dall’embrione in sviluppo, ma noi ci siamo chiesti se tra queste cellule potessimo catturare anche cellule staminali vere e proprie e la risposta è stata affermativa».
Il team di Atala ha infatti scoperto nel liquido amniotico un piccolo numero di queste nuove staminali, che appaiono a uno stadio intermedio tra le adulte e le embrionali e sembrano più vantaggiose. L’équipe è riuscita a trasformarle in tutti i principali tipi cellulari del corpo umano. Le staminali del liquido amniotico possono essere infatti trasformate in laboratorio in molte cellule adulte, corrispondenti ai tessuti basilari: cellule muscolari, ossee, sanguigne, nervose, di grasso ed epatiche. Le cellule adulte da esse ottenute sono sane e funzionanti: le cellule nervose prodotte, impiantate nel cervello di topolini malati, hanno infatti ripopolato le aree cerebrali degenerate. Le cellule ossee hanno ricostruito il tessuto osseo in topi e quelle epatiche sono state capaci di produrre urea.
La loro pronta disponibilità (basta recuperarle dall’amniocentesi) e facilità di crescita, poi, le rende una fonte di cellule alternativa in medicina rigenerativa:una banca con 100mila esemplari di queste staminali potrebbe supplire la necessità del 99% degli americani. E non si tratta soltanto di teorie: «I lavori futuri - spiega De Coppi - si dirigeranno verso l’uso di queste cellule in animali più simili all’uomo, come maiali e scimmie». Fra le possibili applicazioni, la cura delle degenerazioni muscolari e di malattie cardiache e, soprattutto, delle malformazioni diagnosticate in età prenatale. «Non sappiamo esattamente quanto ci vorrà per arrivare alle sperimentazioni cliniche - conclude De Coppi - ma immaginiamo che possano iniziare nel giro di cinque anni».
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