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sabato 23 dicembre 2006, 00:00

Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà

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Di una sola cosa possiamo star sicuri: Piergiorgio Welby era infinitamente migliore di coloro che l’hanno ammazzato. È nella prova suprema che vengono fuori la verità e il coraggio d’un uomo e Welby ha ordinato al medico: staccami prima di tutto il respiratore automatico, e solo dopo somministrami i farmaci per combattere il dolore. Gli era ostile la macchina, non la vita. Ma il dottor Mario Riccio, l’anestesista arrivato da Cremona per dargli la morte, non ha voluto accontentarlo. «Era improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe sofferto troppo», s’è giustificato.
La moglie Mina ha dichiarato che suo marito aveva il terrore di morire soffocato. A giudicare dalla richiesta posta al medico, si stenta persino a crederlo. Possibile che Welby non conoscesse bene, per averle a lungo soppesate, le implicazioni cliniche, morali e legali che quella sua intimazione sottendeva? Staccami il respiratore, cioè fai cessare l’accanimento terapeutico, com’è nel mio diritto di persona pretendere. Poi, assistimi con le medicine appropriate per alleggerire l’inevitabile dolore che ne deriverà, impediscimi di diventare cianotico a causa dell’asfissia, tienimi la mano. Che credevate? È proprio per questo, mica per un intento persecutorio, che i malati di distrofia muscolare o di sclerosi laterale amiotrofica a un certo punto della loro malattia degenerativa vengono in fretta e furia intubati e restano attaccati per sempre a un ventilatore polmonare: per non farli soffocare.
Su avanti, ditemi: capitasse a voi, che cosa chiedereste, in quel preciso istante, al medico? Di lasciare che il vostro stesso respiro vi strozzi, come se aveste un cappio al collo o un sacchetto di cellofan in testa? Pensateci bene. È di questo, non di altro, che si sta discutendo. E non c’è testamento biologico che tenga, di fronte a un evento di tale spropositata cogenza. Quando subentra la paralisi della muscolatura respiratoria, il paziente cessa di vivere per anossia, lentamente, crudelmente, a meno che non lo sottopongano a tracheotomia. «Io l’ho assistito un malato così, un ragazzo di Milano», mi ha spiegato il dottor Giovanni Battista Guizzetti, un medico che da molti anni si prende cura di 14 lungodegenti in stato vegetativo. «S’era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo andare. Però me l’aveva detto mentre ancora respirava bene. Quando è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato ha chiesto con l’ultimo filo di voce: “Fatemi la tracheotomia!”». E mentre si chinava a praticargliela in extremis, il dottor Guizzetti sapeva d’obbedire al giuramento d’Ippocrate e diceva a se stesso: «E se fra uno, cinque o dieci anni si trovasse la cura per la distrofia e la sclerosi? In passato chi avrebbe dato qualche chance a un malato di Aids?».
Il medico venuto da Cremona se n’è fregato della tempistica imposta da Welby. Ha preferito adottare il sistema collaudato dagli aguzzini che eseguono le sentenze capitali nelle prigioni degli Stati Uniti. Più sicuro, meno sporco. I boia americani prima imbottiscono il condannato a morte di sodio thiopental, un anestetico ad azione rapida che fa perdere conoscenza; quindi gli iniettano bromuro di curaro che provoca il collasso del diaframma, in modo da impedire ai polmoni di espandersi; infine mettono nella flebo la dose letale vera e propria di cloruro di potassio che ferma il cuore. Nel caso di Welby il distacco dal tubo ha semplicemente sostituito il bromuro di curaro: la macchina ha smesso di gonfiargli i polmoni. Ma il dottor Riccio dovrebbe spiegarci quale sostanza ha provocato l’arresto cardiaco dopo 40 minuti di spasmi. E dirci qualcosa di più, su quei terribili 40 minuti, perché se nel braccio della morte di Huntsville, in Texas, dove per queste faccende hanno la mano, non c’è condannato che non rovesci le orbite all’indietro e non rantoli atrocemente – ho testimonianze dirette su questa barbarie – è assai difficile immaginare che in un appartamento di Roma possa essere accaduto come per incanto qualcosa di diverso.
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