Noi antimoderni i veri progressisti

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Giordano Bruno Guerri, con tutta l'immensa pletora di persone gioiose che la pensano come lui, crede di rappresentare il top della Modernità. E ha ragione. Peccato che la Modernità, che ha inizio con la Rivoluzione industriale a metà del 1700, più di due secoli e mezzo fa - secoli in cui la storia ha corso a velocità missilistica - sia nel frattempo parecchio invecchiata. Non è più affatto moderna. Per meglio dire: non è più attuale.
Io penso che riflettere, oggi, su un modello di sviluppo che, oltre a passare, con la sua velocità sempre crescente, con i suoi ritmi insostenibili, con le sue necessità sempre più pressanti, sul massacro delle popolazioni del Primo e del Terzo mondo, va incontro a un inevitabile collasso perch´ le crescite esponenziali, su cui si basa, esistono in matematica, non in natura, sia almeno lecito senza dover incorrere nelle facili ironie dei Giordano Bruno Guerri della situazione. In ogni caso quando, dopo un viaggio in Africa Centrale, pensai La ragione aveva torto?, che è il mio primo libro che semina, argomentandoli, dubbi sulle «sorti meravigliose e progressive» della Modernità, era il 1980. Avevo 36 anni. E comunque se noi antimodernisti siamo dei «nonni», Giordano Bruno Guerri e tutti quelli come lui, che poggiano comodamente il sedere su un pensiero vecchio di due secoli e mezzo, sono degli antenati.
Massimo Fini

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COMMENTI

8 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#8 grv70 (12) - lettore
il 22.05.08 alle ore 6:10 scrive:
Inattuale mi ricorda qualcosa che ha a che fare con nietszche e il modo di divulgare libelli a tutta birra in quell'epoca post-pro-sacro impero di Roma. Interessante, pillole di saggezze dall'iran più rivoluzionario che la tradizione sappia annoverare le sue parole. Sgarbi, per esempio anche lui un tipo un po' austero a modo suo, una volta disse, che ad appartenere ad un secolo, o come nel nostro caso ad un nuovo millenio, non sono quelli che si sforzano -un po' come nel discorso che spesso si fa sulla moda -ad interpretarlo nei suoi fasti e ultime novità. Ma mantenere abitudini ansi che abbiamo ereditato dal tempo scorso. Insomma per appartenere al secolo in cui si vive bisogna viverlo come lo si sarebbe vissiuto in quello passato_ Poi fa piacere che anche lei come altri pochi di una certa epoca e luogi non abbia mai fatto del male a qualcuno_ Per quanto rigurda gli ingagi, poi si convinca che ci vuole anche fortuna e che ci siano personecomenoi asecondodeipostiveniamoeteroadditatdi!g
#7 asalvadore@gmail.com (124) - lettore
il 22.05.08 alle ore 3:01 scrive:
Visto che sono un antenato, non condivido affatto la sua opinione, è quella di tutti i vecchi che sempre parlano dei bei tempi passati. Solo sono ricordi scelti e filtrati da una memoria che si infievolisce per l'età. La modernità, per se non c'entra per niente, quello che è successo è una accelerazione assolutamente imprevista dei fenomeni economici e delle sue conseguenze sociali a cui non abbiamo avuto il tempo o la decisione di porre rimedio.
#6 SILVIO (544) - lettore
il 21.05.08 alle ore 17:54 scrive:
La visione filosofica e sociologica di Massimo Fini potrebbe essere percepita in maniera inesatta se non si conosce il suo “Manifesto dell'antimodernità”. Ve lo riporto, senza prendere posizione in merito : 1) No alla globalizzazione né di uomini né di capitali né delle merci né dei diritti 2) No al capitalismo e al marxismo, due facce della stessa medaglia, l'industrialismo 3) No alla mistica del lavoro, di derivazione tanto capitalista che marxista 4) No alla democrazia rappresentativa 5) No alle oligarchie politiche ed economiche 6) Sì alla autodeterminazione dei popoli 7) Sì alle piccole patrie 8) Sì al ritorno graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo 9) Sì alla democrazia diretta in ambiti limitati e controllabili 10) Sì al diritto dei popoli di filarsi da sé la propria storia, senza pelose supervisioni umanitarie 11) Sì alla disobbedienza civile globale. Se dall'alto non si riconosce più l'intangibilità della sovranità degli stati, allora è un diritto di ciascuno di non riconoscersi più in uno stato
#5 Biri107 (1343) - lettore
il 21.05.08 alle ore 15:26 scrive:
Mi dispiace per Fini, ma il vero conservatore non è colui che si oppone alla modernità - fenomeno tipico, essenziale e unico della Civiltà occidentale - ma colui che la comprende, la interpreta e, invece di esserne dominato, riesce a dirigerla in modo che possa convivere con la Tradizione, e anzi, esserne un prolungamento e il naturale (culturale) sviluppo. Così come una quercia mette nuovi rami, ma sempre quercia resta. Esattamente ciò che è fallito in Africa, e che non vorremmo si ripetesse qui.
#4 Sylvia Mayer (8996) - lettore
il 21.05.08 alle ore 14:53 scrive:
Ammesso che il nostro sedere poggi, come dice Fini, su di un pensiero vecchio di due secoli e mezzo (e non concordo assolutamente con questa sua tesi),ha un suggerimento Fini su dove dovremmo invece poggiarlo? Temo che sia proprio Fini semmai a parcheggiare il posteriore su scranni vecchissimi mentre tutto il mondo, ma proprio tutto,procede spedito verso il futuro secondo il percorso che l'uomo ha sempre seguito,e non ha nessuna intenzione di restare seduto ad elucubrare se sia giusto o no spostare il sedere di sedia in sedia.
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