Nel 1992-1993 Parlamento e governi sotto tutela internazionale attuarono politiche d’emergenza con alcuni risultati sul momento, ma preparando cali di produttività strutturali, carenze d’investimenti, privatizzazioni senza liberalizzazioni, fiscalità divisiva della società. E allora Europa con i Kohl e i Mitterrand, e Stati Uniti con i Bush senior e i Clinton avevano leadership solide.
Salvarsi nell’immediato dandosi anche un futuro è possibile solo con un governo politico che risponda al popolo e assuma strategie non solo emergenziali, ma anche di prospettiva.
Non è semplice: la magistratura «combattente» ha ben destabilizzato le istituzioni della sovranità popolare. E abbondano topini nel formaggio che nella crisi cercano fettine da sgranocchiare: si è arrivati persino a firmare appelli con George Soros, già devastatore della lira.
Il lavorìo di corpi separati, élite antipopolari, nomenklature e piccoli establishment ha indebolito la nostra autonomia nazionale, ancor più preziosa in presenza di leadership globali così fragili. Ciò si constata anche in casi minori: da Edison, ormai controllata da una società dello Stato francese, a Lorenzo Bini Smaghi che ascolta più la Bundesbank che il suo governo e il presidente della Repubblica.
La crisi attuale non si risolve con una salvifica uscita di scena di Silvio Berlusconi, propiziatoria solo di una resa incondizionata della sovranità popolare e nazionale. Governi tecnici, maggioranze di transfughi e topini consegnerebbero le chiavi della nazione a chi non ha neppure un disegno strategico. Nessun Carlo V all’orizzonte.
L’alternativa è tenere duro senza però arroganze, riflettendo con le persone di buona volontà: positivi in questo senso i segnali di Matteo Renzi e Sergio Chiamparino; Pier Ferdinando Casini dopo primi opportunismi sulle «macellerie sociali» - magari più responsabile dopo la condanna, forse insensata ma sicuramente esagerata, a tre anni e mezzo di Francesco Gaetano Caltagirone per le vicende Bnl - propone confronti più costruttivi. Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti pur impegnati dal «dovere» di trattare con assoluto scrupolo le forme di licenziamento (con precisazioni importanti da parte del segretario della Uil), rilanciano su tagli alla politica e strategie anti-evasori, terreni per buone intese. La Confindustria forse si è resa conto come il primo problema non sia inseguire la Cgil (né Luca Cordero di Montezemolo).
In mezzo a una dura tempesta s’intravede una rotta da intraprendere. Per buone scelte è comunque indispensabile la coscienza che non vada ripetuto il ’92: per una volta ci si può comportare da colonia, la seconda volta si cederà strutturalmente.
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