NON SALVATE QUESTA SCUOLA

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Da venticinque anni vivo accanto al ministero della Pubblica Istruzione, in Viale Trastevere. Ogni autunno, al tempo della caduta delle foglie e della vendemmia, al tempo in cui le castagne cadono al suolo - quelle castagne che per decenni hanno popolato i sussidiari della scuola italiana - le grandi masse di studenti, come facessero parte del ciclico movimento della natura, cominciano ad agitarsi rumorosamente. L’autunno è ormai fisiologicamente la stagione degli scioperi e delle occupazioni. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambia vertiginosamente il mondo intorno, ma l’autunno resta il tempo della grande protesta. Quest’anno però l’usuale protesta ha assunto dimensioni abnormi e anche pericolose.
Mai infatti era successo che scendessero in piazza i bambini delle elementari - azione gravissima - e che anche settori vasti e lontani dal mondo della scuola si mobilitassero in modo così virulento, come se si trattasse di uno scontro in cui è in gioco la sopravvivenza della civiltà. Il clima non è molto diverso da quello che ci fu al tempo della legge sulla fecondazione assistita. O sei di qua o sei di là. E se sei di là, sei un oscurantista, nemico del progresso e dell’uomo, una persona disprezzabile, da demonizzare e quindi io non prenderò mai seriamente in considerazione le tue idee, le tue riflessioni. A chi giova un clima del genere? A chi fa gioco impedire un discorso serio e maturo sul bene comune? Quello che deprime, in questa situazione, è l’alto livello di infantilismo, di immaturità. Mentre da una parte si cerca di risolvere un problema estremamente grave come quello della scuola, dall’altra si soffia irragionevolmente sul fuoco, fomentando antagonismi che nulla hanno a che vedere con la meditata proposta del programma. Salva la scuola, gridano migliaia di cartelli dai muri delle nostre città. Ma salvare cosa, da chi? Salvare quale scuola? Quella che produce ragazzi incapaci di esprimersi correttamente, che inzeppano i curricula vitae, le tesi, gli stessi concorsi della magistratura di strafalcioni che fanno inorridire? Quella che ci spinge agli ultimi posti dei livelli europei? Quella che ha istituito il demenziale sistema dei crediti e dei debiti formativi, delle miriadi di lauree che, se non fossero reali, provocherebbero minuti di serena ilarità?
Ho frequentato le magistrali, arrivando anche a fare il concorso per insegnare perché ho sempre pensato che i primi anni di apprendimento fossero i più importanti e che dedicarsi a questo fosse una straordinaria avventura. Poi la vita mi ha portato in un’altra direzione, ma la passione non mi ha abbandonato. Scrivo libri per l’infanzia, inoltre ho quattro nipoti in età scolare e vivo con tre bambine che vanno alla scuola dell’obbligo. Per questo, posso dire che in Italia abbiamo ancora molte realtà straordinarie. Straordinarie per passione, per intelligenza, per creatività. E dove ci sono queste realtà, i bambini crescono appassionati, curiosi, aperti alla vita. Ma, accanto a queste che, ringraziando il cielo, non sono poche, si è insinuata, negli ultimi decenni, una volontà perversa dei legislatori che sembra avere l’unico scopo di complicare le cose semplici. La scuola elementare si chiama così, appunto, vorrei ricordarlo, perché deve insegnare gli «elementi base». Ad un certo punto però, agli illuminati riformatori, è parso che proprio questa scuola andasse modernizzata, «liceizzata», adeguata, cioè, alla complessità di informazione di questi tempi. La semplicità, l’essenzialità, la sobrietà andavano cancellate nel nome della modernità. Un bambino proiettato nel futuro, nei tempi meravigliosamente complessi che viviamo, non poteva avere quelle scarse nozioni ottocentesche che sono state la spina dorsale dell'educazione di intere generazioni. E così, ogni giorno, vedo uscire la piccola Martina piegata da uno zaino che contiene ben otto libri. Otto libri per la seconda elementare? E allora noi che abbiamo studiato sull’unico sussidiario, siamo tutti ignoranti? Tempo fa un padre, preoccupato, mi diceva: «Mia figlia sa tutto sulle piogge acide ma non ha la minima idea di cosa siano i decilitri e i millilitri».
Certo, ci sono bambini estremamente informati, ma informati vuole dire preparati? E soprattutto, in un mondo che già bombarda informazioni, i bambini hanno bisogno di altre informazioni? O hanno bisogno piuttosto del sapere? In Europa siamo agli ultimi posti come preparazione scientifica. Come è possibile, mi chiedo, dato che ormai, per insegnare matematica alle elementari, bisogna avere una laurea? Una persona più preparata, di solito dovrebbe creare bambini più preparati, mentre sono sempre più confusi. «Segnala le entità equipotenti», ho trovato scritto nel libro di una mia nipotina di prima elementare. Lei mi guardava con sguardo smarrito chiedendo aiuto e io ho risposto con uno sguardo altrettanto smarrito. A un’altra, già in seconda, ho chiesto: «Quanto fa 1+1?» e lei trionfante ha risposto: «11». Eppure io, in prima elementare, avevo imparato che una ciliegia più una ciliegia fa due ciliegie e non ho mai avuto dubbi su questo.
Perché tanta paura della semplicità, perché tanta paura della chiarezza? Forse perché si è perso di vista cosa vuol dire educare: dal latino ducere, vuol dire «condurre». Ma per condurre devo sapere qual è la direzione verso cui tendo. Se non so dove sto andando, se non so qual è la mia meta, come posso guidare le persone che mi sono affidate? Educare non vuol dire intrattenere, ma dare a un bambino i fondamenti etici sui quali potrà costruire la sua complessità di persona. Credo che una delle grandi emergenze di cui si parli poco, per non dire affatto, sia la precaria condizione del sistema nervoso dei bambini che vivono in questi tempi. Il loro cervello, spesso affidato a delle suadenti balie elettroniche, è sottoposto a una continua eccitazione di stimoli diversi. È proprio questa stimolazione forsennata, quest’abitudine a fare zapping che frantuma in loro qualsiasi possibilità di attenzione. E che cos’è l’uomo senza attenzione? Qualsiasi cosa io voglia fare - dal falegname all’astronauta, a scrivere una lettera d’amore - ho bisogno assoluto di attenzione e di concentrazione, devo saper collegare i gesti e sapere che, senza quel collegamento, non ottengo nulla.
Oltre alla semplicità, all’altare della modernità abbiamo anche sacrificato l’idea che esista una natura umana e che questa natura vada rispettata e aiutata nella sua crescita. Per questo penso che togliere il maestro unico sia stata una grandissima stupidaggine come quella, tra l’altro, di abolire le magistrali. Un essere umano, per crescere, ha bisogno di stabilità, di certezze, di silenzio, solo così può riuscire a formarsi un suo pensiero e non sarà un docile soldatino nelle mani dei grandi manipolatori. La natura umana si forma nello sforzo, nella fatica, nell’idea che lo sforzo e la fatica siano passaggi fondamentali per crescere e imparare. Se non mi sforzo, se non mi applico, se non passo attraverso le forche caudine della noia, non sarò mai capace di costruire niente. E contro chi va questa confusione di intenti, questa mancanza di preparazione, se non contro le persone che un giorno saranno adulte e che avranno carenze nell’esprimersi? Saranno loro a pagarne il prezzo, perché il bambino incerto nelle nozioni della scuola elementare, sarà ancora più incerto alle medie e, alle superiori, costruirà una casa fatta di carta, pronta a volar via al primo soffio di vento. Ma un giorno la scuola e l’università finiranno, ci sarà l’incontro con il mondo del lavoro e con quali mezzi potranno affrontare un momento così importante? Come faranno a inserirsi in una società che è stata mostrata loro unicamente come antagonista? Non si tratta, a mio avviso, di essere di destra o di sinistra - io, ad esempio, ero molto negativa sulla riforma Moratti - ma di avere il coraggio di osservare la realtà e di affrontarla con quel sentimento così desueto ormai ma così importante che si chiama buonsenso e, assieme a quell’altro sentimento altrettanto lontano dai nostri giorni, che si chiama buona volontà, cercare di lavorare insieme per costruire, per una volta, il bene comune delle generazioni future alle quali finora abbiamo offerto degli esempi davvero pessimi.
Susanna Tamaro

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COMMENTI

83 commenti su  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10   pagine dal più vecchio | dal più recente
#83 vilpoiana (353) - lettore
il 01.11.08 alle ore 16:49 scrive:
Gentile Sig. Imerio, a lei l'area del rettangolo venne spiegata, io "ci arrivai" da solo in quinta. Non per questo, credo, mi ritengo indietro rispetto ad altri. Pensi, sono persino riuscito a laurearmi in chimica (vecchio ordinamento, 30 esami e tesi sperimentale) con 102/110. Lei dice che per un anno non imparò nulla facendo la lettura comparata dei giornali? Suvvia, sia meno drastico. Non mi dica che leggere i giornali in prima media l'abbia indottrinata verso la sinistra, vero? forse anzi, la discussione avrà generato in lei uno spirito critico che è fondamentale per ogni cittadino. Ricordi, non importante la quantità di nozioni imparate ma la qualità dei concetti appresi. Alla fine delle elementari devo essere in grado di leggere e capire, non importa che io sappia usare un PC o che sappia come si dice "tavolo" in inglese. Non crede? Cordialmente
#82 Imerio (103) - lettore
il 30.10.08 alle ore 20:50 scrive:
Gentile Valpoiana,purtroppo più vecchio di Lei,a me la maestra(unica)l'area del rettangolo(secondo gli allora vigenti programmi ministeriali)me la spiegò,all'età di otto anni,in terza elementare (1965).Quanto alla lettura dei quotidiani venne alle medie inferiori(primissimi anni '70); aderendo ad un "programma sperimentale",ogni giorno ci veniva proposta la comparazione fra più quotidiani(quasi tutti di sinistra;s'immagini che il meno schierato era il Corriere, già nella sua versione Crespi di tendenza "sessantottina"),l'immancabile conclusione impostaci dall'insegnante di lettere era che l'"Unità" fosse l'organo d'informazione più imparziale,tant'è che il suo taglio delle notizie concordava,per esempio, con quello di Paese Sera che era un "quotidiano indipendente". Insomma, per un anno fummo ideologicizzati e non imparammo praticamente nulla.Tutto questo per dirLe che quando si studiano seriamente i fondamentali delle materie basilari, il tempo per i quotidiani è davvero molto poco.
#81 vilpoiana (353) - lettore
il 30.10.08 alle ore 17:25 scrive:
per mab: se fosse per me, io vorrei un maestro unico, i cui unici obiettivi fossero quelli di insegnare a tutta la classe come leggere, come scrivere e come far di conto. Accanto a questo il maestro dovrebbe anche trasmettere la voglia di imparare, l'amore per i libri, dovrebbe avere delle ore intere per passeggiare in un bosco e guardarsi attorno. I bambini, specie fino ai 7-8 anni, sono delle vere e proprie spugne: la cosa migliore (a mio modesto parere) potrebbe addirittura essere una scuola sul modello peripatetico, dove gli alunni chiedono e il maestro risponde. Ricordo ancora l'eccitazione che provai in quinta quando "arrivai da solo" alla formula dell'area del rettangolo Corsi a casa e lo raccontai a mia madre! Nessuno più da allora riuscirà a farmi dimenticare quel concetto! Ecco, il mio maestro era un ex '68ino, con i capelli lunghi e l'eskimo. Grazie Luigi Mapelli, grazie. Ah, lo stesso maestro 68ino ci insegnava l'educazione civica e promuoveva la lettura del quotidiano.
#80 vilpoiana (353) - lettore
il 30.10.08 alle ore 17:13 scrive:
per Mab: vedo che è appassionato di matematica e questo mi fa piacere. Il nostro battibecco potrebbe andare avanti per ore (la numerazione in base 2 che ci insegnò la nostra maestra era semplicemente un modo di "raggruppare per due", e era funzionale a far capire l'importanza della posizione nella rappresentazione dei numeri). Purtroppo, quello che stiamo facendo io e lei è un dibattito sterile perchè nel decreto e nella legge non si ragiona a partire dai contenuti (siano essi matematica o italiano o altro) ma si parte dal presupposto che bisogna risparmiare. Su questa premessa, non credo possa nascere nulla di buono... C'è ben altro su cui risparmiare, non certo sulla scuola.
#79 muff@ (2259) - lettore
il 30.10.08 alle ore 15:36 scrive:
#75 massimiliano Scrive che "all'avvelenato canto delle sirene" della televisione e della stampa spazzatura si sfugge solo "se si è all'interno di una famiglia che ha strumenti culturali per controstare tutto questo" e, aggiungerei io, che dà ai propri figli nomi come Ugo o Ciro. Lamenta inoltre che per rimediare alle proprie carenze formative la scuola pubblica può far poco perché "le famiglie remano in ben altra direzione" e, mi vien da dire, magari chiamano il proprio figlio Massimiliano. Non se la prenda. :-)
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Alessandro Sallusti
Gli Stati Uniti lo salutano come il "salvatore d'Europa", lui elogia Berlusconi "statista" ma poi sale in cattedra  continua..
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