Pannella è una vecchia zitella che ha avuto tanti amanti. Li ricorda tutti e non rinnega nessuno. Craxi gli diceva: «Non posso starti sempre a sentire, questi ci linciano». Marco lo ricorda così: «Quando salvammo D’Urso, prigioniero delle Br, finì a champagne con lui. Sorrideva. E siccome non aveva ancora aggiustato i denti aveva davanti una fessura, di quelle in cui ci puoi fare i tuffi. Non era bello, ma quel sorriso aveva un suo fascino». Di Andreotti dice: «Devo dargli atto che con il passare degli anni il suo cinismo cattolico romano si è trasformato in alto cinismo greco. Ha saputo crescere invecchiando».
Quelli del Pci non lo hanno mai sopportato. I radicali erano i borghesi, quelli con troppi vizi, una compagnia girovaga di buffoni e viandanti. Li chiamavano «froci e drogati». «Hanno sempre cercato di esorcizzarmi. Ci hanno vissuto un po’ come i comunisti storici avevano vissuto i trotzkisti. E mi dispiace che questo atteggiamento lo sento ancora nel Pd». È stato sempre così. La sinistra ha sempre cercato di tenere Pannella fuori dalla porta. E anche adesso lo sopportano per amore della Bonino. È difficile collocarlo. La politica è meraviglia: «Ho difeso l’Msi dal fascismo degli antifascisti». Uno dei suoi teoremi: «Il dialogo è tra persone che non condividono tutto. La sintesi è una profonda trattativa». Sembra che Papa Wojtyla ascoltasse le sue interviste: «Lo ha raccontato lui stesso. Quando arrivò a Roma, appena eletto cardinale, gli parlarono di questo politico strano che faceva scioperi della fame. Volle vedermi. Di quel dialogo ci rimase una visione non distante sull’idea di religiosità».
Pannella non sarà mai un «padre della patria». Niente monumenti. «Mi offenderebbero un po’». Un giorno gli chiesero: che fai se gli italiani ti eleggono presidente? «Mi dimetto. Significa che l’Italia non ha più bisogno di me».
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