Ed è questo il tasto più dolente. Perché nonostante a parole arrivino dagli alleati messaggi distensivi - sia Gianfranco Fini che Umberto Bossi non mettono in dubbio che ci sia nei confronti di Berlusconi un vero e proprio «accanimento giudiziario» - nei fatti la quadra sembra ancora lontana. Con ragioni diverse, infatti, i due alleati continuano a nicchiare su quella che il Cavaliere considera ormai la condicio sine qua non per continuare a governare: una norma «tampone» che abbia gli stessi effetti del Lodo Alfano così da non dover passare la legislatura tra un’udienza e l’altra a farsi «cuocere a fuoco lento» in vista delle prossime Politiche. Il ragionamento di Berlusconi, dunque, è piuttosto chiaro: o posso governare a pieno regime oppure meglio tornare alle urne. E per questo è deciso a chiudere la partita in settimana. Perché le Regionali incombono, certo, ma pure perché sa bene che i magistrati di Milano faranno l’impossibile per accelerare i tempi del processo Mills e un norma ad hoc ha bisogno comunque di tempo per completare l’iter parlamentare.
Si inizierà dal Senato per poi passare alla Camera, due occasioni in cui finalmente il premier potrà fare la conta di amici e nemici nella maggioranza, con Pier Ferdinando Casini che per il momento ha lasciato trapelare una «cauta disponibilità» dell’Udc. Ma la conta potrebbe avvenire anche prima, visto che Berlusconi vuole mettere «nero su bianco» l’intesa sulla blocca processi e, nel caso in cui si vada avanti con i distinguo degli alleati, non esclude affatto di presentare a tutti i parlamentari del centrodestra un documento da sottoscrivere che li impegni in questo senso.
D’altra parte, dopo le perplessità manifestate da Fini il Cavaliere ha dovuto fare i conti nell’ultima settimana anche con lo scetticismo di Bossi. Che ancora ieri mandava avanti più di un colonnello, in un inedito asse tra la Lega e Giulia Bongiorno per rispedire al mittente tutte le proposte arrivate da Niccolò Ghedini. Frenate, quelle del Senatùr, che trovano le loro ragioni non tanto in una vera e propria incomprensione quanto nel tira e molla in corso tra Carroccio e Pdl per le candidature alle Regionali (oltre a Veneto e Piemonte, Bossi vorrebbe anche tenere il ministero dell’Agricoltura). Tira e molla di cui il premier si è iniziato a stufare, almeno stando a quanto raccontava ieri sera al telefono dopo il suo rientro ad Arcore dalla Sardegna.
Altro fronte, invece, è quello delle riforme. Dove, seppur con mille perplessità, il Pdl è intenzionato a verificare un’eventuale disponibilità del Pd. L’apertura del neosegretario Pier Luigi Bersani, infatti, non è passata inosservata e i commenti dei coordinatori del Pdl - sia Ignazio La Russa che Denis Verdini si sono detti d’accordo a un «confronto senza pregiudizi» - non sono certo casuali. Tanto che pare il Cavaliere abbia già dato mandato a Gianni Letta di verificare possibili convergenze sulla riforma della giustizia, partendo da quella «bozza Violante» - frutto del lavoro congiunto dell’ex presidente della Camera e di Italo Bocchino - che nella scorsa legislatura aveva avuto l’ok della commissione Affari costituzionali di Montecitorio.
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