E così assume tutto un altro sapore la lettera inviata ieri al governatore Roberto Formigoni e al presidente del consiglio, il leghista Davide Boni. «A seguito del mio coinvolgimento nella vicenda giudiziaria relativa all’area Falck di Sesto San Giovanni - scrive Penati annunciando l’autosospensione - desidero ribadire la mia totale estraneità ai fatti. In merito anche alle notizie apparse sulla stampa voglio precisare che non ho mai chiesto e ricevuto denaro da imprenditori». Da subito, aggiunge, «non parteciperò più all’ufficio di presidenza e già dal prossimo consiglio siederò tra i banchi dei consiglieri di minoranza». Prefigurando così la sua pensione dorata all’ombra del Pirellone. Detto dell’indennità di Penati, resta quello appare sempre più come un regolamento dei conti all’interno del Pd. Non solo lombardo, visto che Penati ha ricoperto anche il prestigioso incarico di capo della segreteria di Pier Luigi Bersani. Col neo assessore della giunta Pisapia Pierfrancesco Majorino che gli manda via Facebook, ormai la nuova frontiera della sinistra, un messaggio al veleno. «Io, se fossi in Filippo Penati, anche per essere più forte nei confronti dell’opinione pubblica nel voler dimostrare la mia innocenza, mi autosospenderei dal Partito democratico». E Penati che si autosospende mettendo nei guai il Pd che ora resta senza un uomo di peso nell’ufficio di presidenza. Guerra di correnti che si incrocia agli affari delle cooperative rosse. Mazzette milionarie per la procura di Monza, circolate tra Sesto san Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia amministrata per anni da sindaco, e Milano dove Penati sbarcò tra i velluti della Provincia guidata con una certa passione per le scatole societarie e i travasi azionari. «Penati è innocente fino a prova contraria - attacca l’europarlamentare Matteo Salvini - Ma in Lombardia spesso la “sinistra degli ex onesti” è molto amica di palazzinari e cementificatori». Questione morale? «Non c’è una questione morale», s’indigna il segretario regionale del Pd Maurizio Martina anche se tra gli indagati per il Pd c’è pure l’assessore di Sesto Pasqualino Di Leva. Perché alla fine è sempre questione di termini.
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