Perché il Papa difende la tradizione

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Papa Benedetto ha posto la lettera ai vescovi cattolici sotto l’insegna dell’invito di San Paolo nella lettera a Galati a «non mordere se stessi». È un documento singolare perché non è né dottrinale né disciplinare e si rivolge ai vescovi non come istituzioni ma come persone. Li invita a non fare dell’odio lo strumento della motivazione del loro compito nella vita della Chiesa.
Secondo il Papa la comunità di Econe è diventata un capro espiatorio, l’indicazione di ciò che va rimosso per garantire la purezza della Chiesa conciliare nella sua rinnovata identità. Ciò indica la presenza della tendenza a intendere il Vaticano II come un nuovo inizio della Chiesa, la rivoluzione della modernità compiuta oltre le istituzioni della controriforma. Significa annettere alla Chiesa il concetto moderno di rivoluzione, cioè quello di una identità ritrovata mediante la negazione e la rimozione della Tradizione, per cui il passato diviene, per usare l’espressione di Hans Kung, la «cattiva essenza» della Chiesa.
Che tale sia stata la lettura del Concilio nel mondo cattolico appare evidente. Lo apparve soprattutto negli anni di Paolo VI, in cui il Papa venne visto come la limitazione e la sconfessione della grande scelta di Giovanni XXIII di mutare radicalmente l’esistenza della Chiesa cattolica. Che tale non fosse l’intenzione di Papa Roncalli questo è evidente: e la beatificazione con cui è stato onorato indica che per la Chiesa di Roma la rottura della tradizione non era ciò che Giovanni XXIII intendeva per aggiornamento. Roncalli esprimeva quello che potremmo chiamare modernismo moderato evitando le radicalizzazioni compiute dalle due parti sotto il Pontificato di San Pio X. Eppure che San Pio X non avesse avuto tutti i torti è apparso proprio dal fatto che il modernismo moderato di Papa Roncalli ha determinato una rivoluzione nel mondo cattolico e fatto del moderno la categoria a cui tutto va conformato. Ciò comporta la negazione della Tradizione come fonte di verità nella Chiesa e soprattutto la rimozione del Papato come autorità suprema nella Chiesa fondata sul carisma petrino.
La fine del comunismo ha tolto di mezzo la grande provocazione che l’idea di rivoluzione suscitava nel mondo cattolico. Esso accettò di declinarsi, in forme molto diverse, con l’idea di una rottura rivoluzionaria con l’Occidente e il capitalismo, facendo del popolo di Dio il nuovo esercito dei sanculotti. Ma qualcosa di quell’idea rivoluzionaria è rimasta. E quando Papa Benedetto riporta l’idea di Tradizione e del carisma petrino come fondamento della Chiesa formalmente al centro del magistero suscita una contraddizione impotente perché non alternativa, non capace di indicare un’altra linea, ma appunto per questo più carica di odio. La modesta realtà della fraternità di San Pio X viene vista come un corpo maligno.
Benedetto offre la fraternità, la comprensione del carattere perenne della liturgia tradizionale e quindi l’occasione di compiere un grande gesto: cioè quello di confermare che l’interpretazione di Papa Ratzinger del Concilio come continuità è capace di estinguere lo scisma che l’idea del Concilio come rivoluzione aveva suscitato. Ciò comporta il riconoscimento non solo e non tanto della fraternità San Pio X, quanto di quella vasta e prevalente parte del mondo cattolico che aveva sentito il monopolio dei teologi progressisti nella interpretazione del Vaticano II come qualcosa che toglieva a loro la dimensione ecclesiale della loro fede cattolica. Questa visione del Concilio come rivoluzione ha avuto sede in molte parti della Chiesa. E in Italia opera la scuola di Bologna, fondata da don Giuseppe Dossetti, che si fonda come idea fondamentale sul concetto che Paolo VI ha deformato e svuotato l’idea di riforma ecclesiale della Chiesa iniziata da Giovanni XXIII e che vi è una contraddizione vivente tra il fondatore Giovanni e il deformatore Paolo.
Giuseppe Alberigo nella sua storia del Vaticano II ha costruito l’informazione sul Concilio alla luce della grande rottura tra Giovanni e Paolo ed è quindi l’espressione dell’odio teologico nei confronti dell’opera di Benedetto di interpretare il Concilio come un Concilio che ha riespresso alcuni ripensamenti del linguaggio, ma ha mantenuto il pieno valore della struttura dogmatica e dottrinale della Chiesa cattolica dei due millenni. La scuola di Bologna, potenziata dalla forma teologica del san Raffaele di Milano, è il cuore di questo sentimento di rigetto anche in Italia e nell’Episcopato italiano. Nei mezzi di informazione come nella Chiesa. Ciò opera soprattutto nelle edizioni paoline. La sua realtà ha avuto dimensioni anche politiche ma proprio in politica è stata battuta. Ma anche in politica ha portato quel carisma dell’odio che la contraddistingue.

bagetbozzo@ragionpolitica.it

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COMMENTI

11 commenti su  1  2  3   pagine dal più vecchio | dal più recente
#11 b.bruno (3976) - lettore
il 17.03.09 alle ore 18:27 scrive:
"Io non sono venuto per abolire la Legge, ma per portarla a compimento": qui #Quo Vadis ha la risposta: In Cristo c’è il compimento della Legge: chi non crede in Lui, non crede veramente nemmeno nella Legge, come chi non crede nell’avveramento della promessa non crede nemmeno nella promessa. Pacifico che gli ebrei non credano in Colui che tutto ha compiuto, ma che altrettanto creda oggi il papa e con lui la chiesa dal vaticansecondo, è vera espressione di apostasia dalla fede: chi crede che IN SE’ la vecchia Alleanza sia ancora valida, rende vano Gesù Cristo ( san Paolo), ha scelto un’altra religione, quella, in questo caso, quella ebraico-talmudica.
#10 QuoVadis (373) - lettore
il 17.03.09 alle ore 15:40 scrive:
Per Emanuele. Però di queste affermazioni contro i papi PVI, GPII e BXVI vorrei conoscere le fonti; o chiedo troppo per verificare (così come gli altri in questo forum)? Siamo sicuri che le affermazioni (presunte) sulla continuità dell'Antica Alleanza siano veramente eretiche? "Io non sono venuto per abolire la Legge, ma per portarla a compimento" dice il Signore. E se la Legge mosaica non è abolita, come si può rinnegare l'Antica Alleanza, forse che Gesù Cristo è giapponese (ad es.) o ebreo? Vorrei capire. Secondo me è in questo senso che i pontefici in questione hanno parlato. Il sottoscritto poi E' del RnS. E non mi piace quello che è stato detto dei neo-catecumenali e di come "camminano". Sono contrario all'Ecumenismo (sono anomalo eh per l'RnS?). All'esca degli "esercizi spirituali" abbocco volentieri. Ho verificato su un sito web, ne sono rimasto semplicemente schifato e aggiungo: cosa può insegnarci una valdese?! Anche l'ex ministro Ferrero è valdese ... ho detto tutto. Saluti.
#9 precisa (356) - lettore
il 17.03.09 alle ore 13:46 scrive:
Troppo difficile,reverendo.Io osservo solo che nella liturgia,il prete dà le spalle al tabernacolo e si rivolge al popolo come chi fa un comizio.Perchè dovrei dargli retta?.Preferisco rivolgermi direttamente a Dio. Se il prete si rivolge con me verso Dio,allora sono disposta a seguirlo.Così ,è come se il pastore del gregge,stia camminando all'indietro.Non vede la strada e può cadere,E il gregge si disperde. Forse il papa sta cercando di fare proprio questo,tornare a girarsi verso Dio.
#8 rokko (2837) - lettore
il 17.03.09 alle ore 13:13 scrive:
Il papa non sta difendendo la tradizione, si sta semplicemente mettendo in una posizione indifendibile. Mi meraviglio del come ci sia ancora chi (come l'autore dell'articolo, vabbè che è un prete, ma a tutto cìè un limite) lo difenda.
#7 Massimo di San Rocco (128) - lettore
il 17.03.09 alle ore 12:44 scrive:
Penso che parlare di tradizione (ritorno alle origini) o di evoluzione ( con caratteristiche di neomodernismo) sia un errore fondamentale. Nei Vangeli c'e' assai poco da interpretare (semmai da spiegare). Una religione ha due prospettive: o l'accettazione teologica (atto di fede) alla lettera, senza alcun possibile compromesso o devianza, oppure assumere il dettato dottrinario come guida e target morale (posizione etico-filosofica). Per questo tutte le diatribe in tale materia mi sembrano scimmiottare la parte peggiore della politica. L'insegnamento del Cristo era semplice e inequivoco.
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Alessandro Sallusti
Gli Stati Uniti lo salutano come il "salvatore d'Europa", lui elogia Berlusconi "statista" ma poi sale in cattedra  continua..
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