PILLOLA ABORTIVA/2 La politica si prenda le sue responsabilità

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È giusto che in Parlamento si discuta della pillola abortiva Ru 486? All'interrogativo, in questi giorni, sono state date risposte diverse da voci autorevoli: il capogruppo Pdl al Senato, Gasparri, ha ribadito che le Camere possono svolgere attività ispettive su qualunque materia, mentre il presidente Fini ha ritenuto «originale» che il Parlamento si pronunci su un farmaco, attirandosi anche un duro richiamo alla correttezza istituzionale da parte del presidente Cossiga. In realtà il Parlamento si è già più volte occupato della pillola abortiva, sia quando era in corso la sperimentazione all'ospedale Sant'Anna di Torino, sia negli ultimi mesi (basterebbe ricordare che sono almeno una decina le interrogazioni, depositate da maggioranza e opposizione, che riguardano la Ru486). Ma i primi a trasferire sul terreno squisitamente politico il dibattito sul farmaco sono stati alcuni consigli regionali e comunali: già intorno al 2006, prima ancora che l'azienda che produce il farmaco ne avesse chiesto la commercializzazione in Italia, in molte amministrazioni locali si era diffusa l'abitudine di votare delibere o mozioni a favore della Ru486, promuovendone l'uso anche senza l'autorizzazione dell'Aifa, l'apposito ente di farmacovigilanza. Come mai tanto interesse, soprattutto da parte della sinistra radicale, per un metodo abortivo che tra l'altro la letteratura scientifica indica come meno sicuro ed efficace, più doloroso, più lungo del metodo per aspirazione, che è attualmente il più diffuso nei Paesi occidentali?
La risposta è, probabilmente, nella difficile compatibilità del metodo con la legge italiana, la 194, che considera l'aborto come questione non solo privata, ma di rilevanza sociale, e impone che gli interventi avvengano nelle strutture pubbliche. Nei Paesi in cui la pillola abortiva è diffusa, alla donna vengono consegnati i diversi farmaci necessari, con un foglietto di istruzioni e il numero di telefono di un ginecologo. Con questa dotazione, può tornare a casa. Tutto il resto è a suo carico: verificare il flusso di sangue e stabilire se si tratta o no di un'emorragia, monitorare la febbre e capire se è il sintomo di un'infezione, vedere l'embrione espulso, controllare il dolore dovuto alle contrazioni uterine. È evidente che se abbiamo da una parte una procedura che si svolge in ospedale, sotto diretto controllo medico, e dall'altra un metodo in cui le stesse valutazioni cliniche sono affidate alla paziente, la sicurezza non può essere la stessa. Infatti il Consiglio superiore di Sanità ha stabilito, con due diversi pareri, che il metodo chimico è sicuro quanto quello chirurgico solo se l'intera procedura viene completata in ospedale, grazie al ricovero.
È chiaro che non si tratta solo di questioni tecniche, ma di indirizzi di politica sanitaria e di profili di sicurezza. E non solo: è in gioco il modo in cui consideriamo la maternità, la vita, l'interruzione di gravidanza. Dobbiamo decidere se vogliamo modificare l'impianto della legge 194, riducendo l'aborto a un diritto individuale e la sua pratica a una questione tutta privata, lasciando che le donne la risolvano da sole, a casa loro. La strada l'ha tracciata la Francia: con la diffusione della Ru486 la legge Veil, assai simile alla 194, è stata modificata, proprio grazie alla nuova prassi domiciliare introdotta dalla pillola abortiva.
L'Aifa ha autorizzato l'immissione in commercio del farmaco, e a settembre dirà, con una delibera tecnica, con quali modalità va utilizzato, nel rispetto delle norme attuali. Ma se questo sarà davvero possibile, non può essere l'ente a dirlo. La politica, ai diversi livelli, deve assumersi le sue responsabilità: tocca al governo e al Parlamento verificare che la Ru486 non possa essere utilizzata, nei fatti, come uno strumento improprio per scardinare o svuotare la legge.
*sottosegretario al Welfare

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COMMENTI

6 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#6 dario/a (1643) - lettore
il 10.08.09 alle ore 17:58 scrive:
Vaiiiii Roccella! Da quando ho deciso, dopo 15 anni, di lasciare il Cav. e votare per Grillo la Roccella per me è diventata un mito. Più interviste concede ai giornali e più voti perde il centrodestra. Forza Roccella che sei prima!
#5 Marco58 (34) - lettore
il 10.08.09 alle ore 16:58 scrive:
Vedo che anche Eugenia Roccella usa il termine "farmaco" per indicare la RU486. Personalmente ritengo che questo sia un grave errore poichè la pillola in questione ha l'effetto esattamente opposto a quello di un farmaco, ovvero sopprimere una vita invece di contribuire a preservarla. Siamo in un'epoca nella quale la pubblicità dei contracettivi è di dominio pubblico ed allora perchè si deve prendere la pillola del giorno dopo, che uccide una vita appena generata invece di prendere quella anticoncezionale che impedirebbe di generare quella stessa vita? Sempre di pillola si tratta no? Ma quale diverso effetto hanno le due diverse pillole!!!!!!!!!!!!!!!!!
#4 Patrick (597) - lettore
il 10.08.09 alle ore 15:14 scrive:
Non e' tanto la pillola in se stessa come le seguenti domande che devono essere risolte: Chi regola il suo uso (basta il dottore di famiglia si/no, il medico del pronto soccorso?)? Quando si puo' usare (da che giorno settimana o mese)? A che eta' si puo' usare (c'e' bisogno del consenso dei genitori sotto i 18?)? Quante volte si puo' usare (vi sono effetti di accumulazione si/no)? E' conveniente che vi sia ricovero o no (sono ignorante e non ho letto l'opuscolo di questa pillola, pero se e' come la pillola del giorno dopo, l'effetto sulla donna sono abbastanza fastidiosi ed in certi casi hanno bisogno di un occhio vigile del medico, e parlo del post)? L' uso va' regolato, non sono mica caramelle queste, come per gli antibiotici (l'uso indiscriminato di questi per esempio in Spagna ha gia'creato molte ceppe resistenti) e gli antinfiammatori (in inghilterra il loro acquisto e' regolato), il ferro (tossico per i bambini piccoli), etc. Resta comunque una medicina per abortire.
#3 paolone.paolone (27) - lettore
il 10.08.09 alle ore 12:39 scrive:
è sorprendente che debba essere la politica a decidere se una pratica medica debba essere praticata in ospedale o a casa propria, la politica si può interrogare o meno sulla leicità dell'aborto ma per quanto riguarda le modalità sanitarie sarebbe logico ci pensassero i medici, per curiosità, la Roccella pensa che debba essere il Parlamento a decidere quanti gg bisogna restare in Ospedale dopo l'asportazione delle emorroidi ?
#2 brown2006 (443) - lettore
il 10.08.09 alle ore 11:06 scrive:
La battaglia di Roccella contro la Ru486 appare essere piu' ideologica che pratica. Tale farmaco e' in commercio da molti anni all'estero, disponibile da 20 anni in Francia, dunque abbondantemente testato ed e' evidente che i ritardi verificatesi in Italia per la sua disponibilita' abbiano avuto a che fare con il contrasto del Vaticano alle metodologie abortive. Non sorprende tuttavia la posizione di Roccella, che ha fatto il gran salto carpiato in politica proprio dopo essere stata portavoce del cattolicissimo Family Day nel 2007. Piu' che essere preoccupata della saluta delle donne - e della loro liberta' di scegliere un modo non chirurgico di interrompere una gravidanza non voluta - pare piu' preoccupata di mantenersi in buoni rapporti con il clero...
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