«L’omosessualità in quanto tale è un disordine – ha aggiunto il vescovo emerito di Pistoia – e su questo non c’è discussione. In ogni caso con gli omosessuali è necessario usare delicatezza e misericordia e alla fine il giudice ultimo è Dio, pertanto sulla terra nessuno è autorizzato ad emettere sentenze».
L’intervistatore ha quindi chiesto: «Come la mettiamo con coloro che ostentatamente proclamano la loro omosessualità e la praticano?». E Scatizzi ha risposto: «Qui le cose cambiano un tantino. Da pastore sono obbligato, sempre in linea generale, a rifiutare la comunione. Certo, se si presentano davanti a me non posso dire di no, non per buonismo... ma perché non so se queste persone si siano confessate, siano pentite o abbiano cambiato vita. Il principio generale – ha aggiunto il vescovo – è che la conclamata, ostentata e praticata omosessualità è un peccato che esclude dalla comunione».
Dichiarazioni subito rilanciate dalle agenzie, finite sui giornali online, presentate come un nuovo «attacco» contro i gay. In realtà, il vescovo si è limitato a sintetizzare l’insegnamento della Chiesa sull’argomento, secondo il quale non può accostarsi alla comunione chi sia in peccato mortale (e la pratica omosessuale non è certo l’unico dei peccati). Lo stesso sito Pontifex aveva intervistato di recente l’ex vescovo di Grosseto, monsignor Giacomo Babini, che aveva definito l’omosessualità una «pratica aberrante».
Monsignor Scatizzi, rispondendo a un’altra domanda, ha parlato dei divorziati, anche se dalla sintesi delle sue parole sembrerebbe che questi siano di per sé esclusi dalla comunione, come invece accade solo per i divorziati risposati o conviventi: «I divorziati non possono accedervi, ma non per una cattiveria della Chiesa. E mai devono sentirsi emarginati o esclusi dalla comunione con la Chiesa, ma esiste una oggettiva situazione incompatibile con il sacramento». Infine, il vescovo ha accennato alla convivenza delle coppie di fatto, definendola «peccaminosa e comunque un atto impuro», ma se i due «si pentono e cambiano vita, il discorso è diverso», perché «le porte del perdono si aprono con generosità a tutti coloro che si pentono cambiando realmente stile di vita. Ma occorre che questo cambiamento sia reale ed effettivo, sincero. Tutto questo non consente a nessuno di esprimere frettolosi e poco misericordiosi giudizi di condanna in quanto il solo legittimato a giudicare alla fine dei tempi è Dio».
Va detto che l’impossibilità di accostarsi alla comunione non significa e non ha mai significato essere fuori dalla Chiesa. Il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che si richiedono tre condizioni perché un peccato sia «mortale», e cioè che abbia «per oggetto una materia grave» e che, inoltre, sia commesso «con piena consapevolezza e deliberato consenso». La «materia grave» è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta data da Gesù al giovane ricco: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Ingrandisci immagine
