domenica 26 marzo 2006, 00:00
Prodi a Bruxelles, una brutta avventura finita con la Caporetto dellEuropa a 25
Quando il Professore fu designato presidente della Commissione Ue, lex cancelliere Kohl chiese ai capi di governo: ma siete matti?
Giancarlo Perna
Arrivando a Bruxelles, Romano Prodi si lasciava alle spalle il soprannome paesano di Mortadella, saporito corollario della notorietà politica. Si dice che il nomignolo lo abbia sempre irritato perché sottolinea l'affinità fisionomica del massiccio insaccato di Bologna con la sua faccia piatta e la testa quadra. Fosse solo per questo, avrebbero anche calzato bene, che so, paracarro, comò o bidone. La realtà è invece che il nomignolo di Mortadella è ricorrente nella pubblicistica politica e ha un illustre precedente. Fu chiamato così anche Giovanni Giolitti che aveva una faccia tutt'altro che rincagnata. Era infatti un tipo aquilino e l'epiteto alludeva nel suo caso, agli ingredienti del salume bolognese che sono un mix di carne di porco e di asino. Un modo di dargli dell'uno e dell'altro. Speriamo, dunque, che Prodi, sapendo di condividere con Giolitti un glorioso soprannome, lo accetti ora con serenità.
Quando nell'autunno del '99, Romano si insediò alla testa della Commissione Ue, ossia al governo dell'Europa, fu accolto come un Churchill redivivo. Una ben congegnata propaganda delle sinistre europee aveva suscitato attorno a lui molte speranze. Ma la luna di miele durò solo un paio di mesi, cedendo il posto a un matrimonio d'inferno.
I primi a ribellarsi furono i cronisti che non sopportavano il suo portavoce, il giornalista italiano Ricardo Levi. Richi, che è un sussiegoso giovanotto sessantenne, faceva coi suoi colleghi il principino. Anziché aiutarli nel lavoro, informandoli e inquadrando i problemi, li trattava da seccatori. Alle domande dava risposte vaghe. Alle richieste di conferma di un'indiscrezione, cadeva dalle nuvole. Se volevano parlare con Prodi, li mandava al piano di sopra, mentre Prodi era al piano di sotto. Finché, stufa del trattamento, mezza Europa giornalistica chiese la testa di quella specie di moglie gelosa. Richi fu segato dall'oggi all'indomani e sostituito prima da un inglese, poi da un finlandese, mai più da un italiano. Ebbe in cambio una sinecura strapagata: direttore di una fantomatica «Cellula di prospettive» che doveva, figurati tu, delineare l'avvenire dell'Ue. Ma tra Prodi e l'informazione il divorzio era ormai consumato e per il presidente italiano cominciò la rosolatura.
Com'è noto, Romano per dire «oggi... a pranzo... ho... mangiato... pollo», mette cinque minuti come se rivelasse le origini della vita. Solo agli italiani le sue pause, il continuo borbottio, il sordo soffiare e quell'impressione generale di dormiveglia evocano i modi del buon curato e le atmosfere delle pievi campagnole. A Bruxelles davano ai nervi. Presto, l'intero Palazzo dell'Ue ha cominciato a irritarsi di un presidente inespressivo, favellante a singhiozzo, collezionista di gaffe tipo «mamma li turchi», suo meditato parere sulla Turchia nell'Unione.
Agli inizi, Prodi teneva le conferenze stampa in inglese. In capo a un mese, ci fu la rivolta degli interpreti. Non solo perché lo parla in modo imbarazzante, ma perché si mangia le parole. La particolare conformazione della bocca, la reticenza innata e la cadenza bolognese che annulla le vocali in favore di suoni consonantici sibilostruscianti, misero ko lo staff dei traduttori. Romano, su supplica unanime, passò all'italiano. Anche qui, ci furono iniziali difficoltà a capirlo, ma con la creazione di un gruppo specialistico, si venne a capo del problema.