Quando Napolitano era spiato nel Pci dalle «talpe» del Viminale

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«Giorgio Napolitano, segretario della federazione di Caserta: ha parlato del problema del Mezzogiorno, insistendo sugli eccidi di Partinico e Barletta, e ha affermato che i comunisti meridionali hanno ben capito il significato delle decisioni del XX congresso del Pcus, il quale ha dato impulso alla distensione ed alla collaborazione internazionale, nonch´ allo sviluppo di un più vasto fronte unitario delle forze socialiste e democratiche del mondo intero». Questa breve nota fu stilata da un anonimo infiltrato che per conto del ministero dell'Interno seguiva i lavori del VI congresso nazionale del Pci che si tenne a Roma a partire dal 4 aprile 1956.
Molta la documentazione riguardante l'attività del Pci che veniva allora inviata alla questura di Roma, tantissima quella che proveniva dalla «fonte da cautelare» che, considerando la quantità e la qualità di rapporti che ha stilato negli anni, era sicuramente ben informata e ben posizionata.
E il congresso al quale partecipò anche l'allora 31enne futuro capo dello Stato Giorgio Napolitano, cui la nota sopra fa riferimento, si tenne al Palazzo dei congressi dell'Eur. Così scrisse ancora l'informatore: «L'esposizione del ritratto di Stalin, appare, a parere di quest'ufficio, conforme all'atteggiamento assunto, almeno ufficialmente, dal Pci, nei confronti dell'ex capo dello Stato sovietico, che è di critica, ma non di rinnegazione: Stalin resta per ora, nella concezione dei comunisti italiani, uno dei principali artefici del socialismo, malgrado i suoi errori e l'inaccettabilità di una parte della sua dottrina». Infine, la «talpa» del ministero al congresso comunista si concesse anche qualche libera interpretazione: «L'onorevole Secchia è quanto mai sorridente, il che fa ritenere fondate le voci sulla riabilitazione dell'ex vicesegretario del partito».

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