martedì 09 febbraio 2010
 
 INTERNI
sabato 25 marzo 2006, 00:00

Quando Prodi rimase schiacciato dai debiti lasciati dall’Iri di Prodi

Al governo nel ’96, provò a risanare i conti pubblici gravati dal passivo del gruppo statale. Cercò di vendere la Stet ma fu defenestrato dai suoi alleati

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In un quinquennio, Romano Prodi brucia le tappe. Fa una carriera politica a passo di lepre e, in un amen, da pivello diventa un vecchio arnese. Quando, nel maggio ’94, lasciò definitivamente l’Iri, era un parastatale di lungo corso con una minuscola esperienza da ministro. Quando nell’autunno ’99, lascia l’Italia per l’Ue, è un avvizzito veterano della politica. Nell’arco, è stato deputato, leader dell’Ulivo, capo del governo e ha fatto a ritroso la strada: cacciato da Palazzo Chigi, emarginato dai suoi, la bile in fiamme. Altare e polvere, come i Titani della Storia. L’epopea merita il racconto.
Nel ’94, dopo 18 anni come riserva della Repubblica, Romano non ha una fisionomia politica definita. Noi già sappiamo che è un dossettiano e un dc di sinistra. Ma per i più, era un tecnico. Tanto vero che An, parte integrante del primo governo Berlusconi, ma a corto di persone per il sottogoverno, pensa di utilizzare Prodi in quota dell’ex Msi. L'idea non si concreta in una proposta, ma è indicativo che sia nata. Un po’ com’è successo recentemente con Mario Monti che la solita An avrebbe visto volentieri come ministro dell’Economia, quando due anni fa defenestrò Giulio Tremonti. Indubbio che il partito di Gianfranco Fini abbia problemi di strabismo, ma anche vero che Prodi allora, come Monti oggi, civettino con un’ingannevole equidistanza che in realtà non hanno.
A schierare decisamente quel mollaccione di Romano, intervengono due duri, ossessionati dal Cav. Oscar Luigi Scalfaro e a ruota Beniamino Andreatta.
Dopo la defenestrazione del suo governo nel gennaio ’95, Berlusconi, indica Lamberto Dini per la successione a Palazzo Chigi. Scalfaro se ne impipa, convoca Prodi al Quirinale e gli dice chiaro che preferirebbe fosse lui a presiedere il nuovo governo. Romano tergiversa, si arrovella, cincischia e perde il treno. Non era ancora abbastanza gasato.
La Dc intanto rantola. Anzi, muore e al suo posto nasce il Ppi. Per rocambolesche circostanze, segretario è Rocco Buttiglione, odiato dalla sinistra del partito. Temono che stia per fare un accordo con Berlusconi. Una volta di più, Andreatta cava Prodi dal cilindro e ne fa circolare il nome come colui che può rianimare il Ppi e portarlo a sinistra. Romano nel frattempo è alle prese con un diversivo. Si è improvvisato divulgatore e impartisce lezioni di economia in tv sulla Terza Rete. Ha una sua rubrica, «Il tempo delle scelte», in cui parla di privatizzazioni, welfare state, ecc., coadiuvato dall'immancabile consorte Flavia che svolge l'essenziale funzione di «spettatore critico» («Insieme», pag. 88). De Mita, che lo segue assiduamente sul teleschermo, esclama: «Romano è meglio come giornalista che come presidente dell’Iri», diventa un suo fan e si accoda a Beniamino nel ritenerlo l’uomo giusto. Comincia il passaparola e in breve sono in molti a pensarlo. Dai sinistri Rosy Bindi e Sergio Mattarella, ai moderati Gerardo Bianco e Franco Marini.
I ferri corti con Buttiglione non bastano più e si passa alle rasoiate. «Traditore Buttiglione, cappellano dei neofascisti», urla dieci volte al giorno Beniamino e nelle pause enuncia la strategia: «Ora ci vuole la guerra di liberazione dal filosofo traditore». Il mite Rocco che febbricita alla sola idea di un’alleanza con gli ex comunisti del Pds, accelera i contatti con Cav e si isola come il Battista nel deserto. Inizia una melina tra chi impiccherebbe Buttiglione al pero e i pochi che lo sostengono.
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