giovedì 23 marzo 2006, 00:00
Quando Prodi tremò: «Salvatemi da Di Pietro»
Nel luglio del '93, il melomane Filippo Mancuso stava uscendo da casa per acquistare un manuale sul clavicembalo ben temprato, quando suonò il telefono. Era Romano Prodi da Parigi che singhiozzava nella cornetta e quasi non riusciva a parlare. «Sembrava Anna Magnani nella Voce umana di Cocteau», ricorda Mancuso. «Devo parlarle con urgenza. È successa una cosa gravissima», riuscì a articolare Romano che da un mese e mezzo presiedeva per la seconda volta lIri. Stabilirono di vedersi lindomani allIstituto.
Prima di capire cosa sia successo, spieghiamo che centra Mancuso con Prodi. Raggiunti i più alti gradi della magistratura e da poco in pensione, lallora settantunenne Mancuso era membro del Comitato di consulenza giuridica dellIri. Aveva avuto lincarico da Franco Nobili che nel frattempo era stato ammanettato dal pool di Milano e languiva in carcere da due mesi. Subentrato a Nobili, Prodi aveva confermato la nomina di Mancuso che il giorno dopo si presentò puntualissimo nella sede di Via Veneto.
Ecco, per bocca dellex Guardasigilli del governo Dini (1995), il racconto dellincontro.
«Prodi era prostrato. Appena mi vede, mi si abbandona addosso e implora: Eccellenza, mi salvi. Aveva un affanno doloroso sul volto e non riusciva a parlare. Io non capivo. Alla fine si dà un contegno e dice: Sono stato interrogato pochi giorni fa, il 4 luglio, da un giudice feroce, certo Di Pietro, che mi ha trattato come il peggiore criminale. Minacciava di non farmi tornare a casa. Si alzava e andava alla porta urlando intimidazioni contro di me, perché i giornalisti che aspettavano fuori sentissero. Quellossesso lo faceva per sputtanarmi. Lasciai che si sfogasse, poi chiesi: Ma che voleva da lei questo Di Pietro?. Prodi rispose: Gli avevo detto che il primo periodo allIri era stato il mio Vietnam. Questa frase è stata interpretata da quellorrore di magistrato come lammissione di pressioni per favori illeciti ai partiti. Si è messo a urlare forte: 'È vero o no, che il segretario della Dc decideva lui chi doveva sedere su quella poltrona?' e poi, urlando di più: 'Ma i soldi alla Dc chi glieli dava?'. Per ore ha continuato a scagliarsi contro di me, finché ha detto: 'Adesso esce coi suoi piedi, ma entro una settimana mi deve portare un memoriale spiegandomi quella frase, altrimenti lei a casa non ci torna'. Cosa posso fare, Eccellenza? Replicai: Lei cosa vuole esattamente da me?. Prodi rispose: Il mio legale, prof. De Luca, ha scritto questa memoria. Vorrei che la leggesse. Ho detto: Non sono in grado di rivedere un professionista come Giuseppe De Luca. È un difensore eccellente e io, che sono un giudice, non so vedere le cose in chiave difensiva. Così risposi alle sue lacrimevoli insistenze. Ma Prodi continuava: La guardi... veda... giusto una scorsa.... Voleva un parere, in realtà pensava che potessi fare pressioni sui magistrati. È una mia interpretazione. Io però non abboccai e dissi: Lei mi dice che ha a che fare con un pm di questo tipo. Stia attento a non fare nomi di persone che potrebbero essere ingiustamente coinvolte creando nuovi dolori. Qui, Prodi esce al naturale e sbotta: Io me ne fotto. Io devo salvare a ogni costo me stesso e non devo preoccuparmi di altro. Mi alzai dicendo: Professore, lei ha sbagliato a consultare me anche perché non sono in sintonia con questo modo di vedere. Lei mi dà limpressione di quei personaggi che nei film Western fuggono a cavallo, sparando sui bambini. Su questo, me ne sono andato e mai più ci siamo visti. Poi, lui disse che io ero pagato principescamente per lincarico allIri. Non è vero, ma se lo fosse stato, niente di male. Dicendolo però, Prodi ha mostrato quello che è: un misero. Un misero naturale». Questa leloquente testimonianza sul carattere di Romano nei momenti difficili.