Ma l’assenza di remissività non è cedimento a movimentismi senza razionalità. Come nel migliore sindacalismo occidentale, da quello americano a quello tedesco, sono consapevoli che nell’era di globalizzazione e delocalizzazioni (il caso Fiat spiega bene le dimensioni del rapporto nazionalità-globalizzazione imprese oggi), la questione non sia alimentare conflitti ma - senza dimenticarsi la contrattazione che resta fondamentale - costruire una collaborazione tra lavoratori e proprietà per fare gli interessi di quel soggetto - al di là del capitale - dotato di una sua identità che è l’impresa. Trovare un modo concordato, senza «mani libere padronali», dei licenziamenti innanzi tutto nelle aziende in decollo e in crisi è la base non solo per rilanciare la produzione, ma anche per definire relazioni industriali moderne.
Questa concezione realistica è alla base della fondazione dei sindacati riformisti, ma è seguita con particolare coerenza da qualche tempo: non stupisce dunque la non adesione al solito confusionario sciopero generale della Cgil, l’ennesimo «solitario» da quando si è affermata prima con Epifani e poi con la Camusso la linea del «tanto grigio, tanto meglio». Non c’è più neanche l’epica rabbia di un Cofferati che con le sue manifestazioni scuoteva i governi: c’è la paura che gli estremisti della Fiom-Cgil acquisiscano troppo spazio nell’organizzazione, che vi siano scosse in nomenklature ormai sempre meno capaci di elaborazione. Tutto ciò amareggia, ma questa deriva non stupisce. Se mai sorprende che quotidiani che se la danno da modernizzatori come La Repubblica definiscano un provvedimento assai moderato, in linea con quel che vuole innanzi tutto Mario Draghi quando chiede liberalizzazioni del mercato del lavoro, sia definito, senza senso del ridicolo, «un attentato alla Costituzione». Qualche sorpresa destano pure certi imprenditori che mentre criticano il governo per scarsa incisività, ribadiscono l’essenzialità del preventivo accordo per ogni scelta con un’organizzazione allo sbando come la Cgil.
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