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mercoledì 03 settembre 2008, 07:00

Quella razza padana che non ti aspetti cresciuta a pane, Cattaneo e Fallaci

Le due anime del Carroccio tra la cultura di Miglio e la «rozzezza» di Bossi danno vita a una lista di 82 «riferimenti» tra filosofi, rivoluzionari e poeti

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Non è mai stato un secchione, il giovane Umberto Bossi. Eppure racconta che, al momento della conversione alla nuova fede leghista, si dà a uno studio «matto e disperatissimo»: «Ero contagiato dal federalismo. Divorai cinquecento libri in pochi mesi». Gianfranco Miglio nutriva legittimi dubbi sulla cultura del capo: «Non sono mai riuscito a capire quali letture abbia fatto il segretario: nella sua biografia sostiene di avere “divorato” Pareto, Weber, Adorno, Marcuse, Cattaneo, Gioberti, Hamilton. Ma nelle moltissime conversazioni che ho avuto con lui non ho mai trovato neanche le più modeste tracce di quei contatti intellettuali; fatta eccezione, forse, per qualche mal digerito ricordo di Marcuse. Mi ha inflitto sproloqui senza fine, in cui Hegel e Marx andavano e venivano come in un romanzo a fumetti». In altri momenti, ai tempi della rottura, fu anche più maligno, come del resto amava essere: «Bossi è un ignorante sesquipedale, un mostriciattolo prodotto da un’avventura da analfabeti». Del resto Miglio non aveva un’alta opinione degli intellettuali: «Sono come le lumache, buoni solo se spurgati nella crusca». E comunque la cultura non serve granché alla causa: «Il politico troppo colto non riesce più a fare niente. Deve avere una sua rozzezza naturale per agire. Senza inciampi culturali». Miglio racconta che Bossi si iscrisse anche alla facoltà di giurisprudenza di Padova e voleva costringere gli altri parlamentari a seguirlo. Ma il progetto non ebbe seguito. Anche il popolo leghista non è mai stato particolarmente attratto dalla cultura e dagli intellettuali. Una ricerca dell’Aaster del 1922, fatta nelle leghistissime province di Bergamo e Lecco, individua come figura più odiata il bibliotecario comunale: «Agli occhi del montanaro lumbard è la somma di tutte le ignominie: è uno statale, un intellettuale, un parassita improduttivo».
Paolo Rumiz dà una sua spiegazione del perché ci sia una certa allergia da parte leghista: «L’intellettuale è una minaccia mortale. Hanno paura soprattutto che qualcuno gli smonti il mito e ne dimostri l’insussistenza. I miti, si sa, non si discutono, si difendono. Sono allergici all’analisi culturale; la mitopoiesi è un processo delicato, incompatibile con l’ironia e autocritica. Per questo i villaggi del benessere minore hanno paura dell’intellettuale urbano, vedono in lui il blasfemo degenerato, il soggetto che offende la santa lingua, blocca processi frettolosi di risacralizzazione della vita, smaschera nuovi feticci, impedisce l’occupazione di spazi virtuali, stronca comode scorciatoie identitarie».
Del resto, se si vuole considerare la Lega un fenomeno di destra (ma non è scontato), quest’area politica ha sempre avuto qualche diffidenza per la cultura. Gli esponenti di An, maramaldeggia Berselli, «appaiono tutti come felicemente esenti dal gravame dei libri». Esemplare, in questo senso, il rapporto di Francesco Storace con la dialettica: «A volte il cazzotto sottolinea il concetto». Ma la Lega disegna un’altra traiettoria rispetto alla destra italiana, alla quale non appartiene né per storia né per cultura (se non in qualche esponente). Il suo punto di riferimento principale è Carlo Cattaneo, padre del federalismo, di cui Ettore Albertoni, a lungo assessore alla Cultura in Lombardia, pubblicò l’opera omnia. Il «gran lombardo» propugnava il federalismo, ma aveva in mente soprattutto di trasformare l’impero austriaco in una sorta di commonwealth plurinazionale con una Lombardia autonoma. «Ma se il colto Cattaneo sentisse parlare Bossi» aggiungeva un impietoso Montanelli, «imbraccerebbe il fucile: per sparare contro di lui e i suoi squadristi.».
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