martedì 09 febbraio 2010
 
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venerdì 24 marzo 2006, 00:00

Quella rissa tra Dc che spinse Prodi al governo

La moglie Flavia: «Il suo successo? Dovuto all’amicizia con molte persone»

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Causa prima dell’apparizione di Romano Prodi nella politica nazionale fu un’abbondante libagione di Carlo Donat Cattin nel suo ristorante preferito. Prima di dirvi del banchetto, due parole sul banchettante.
Donat Cattin, ispido dc piemontese capo della corrente Forze Nuove, era stato nominato in quei giorni (novembre ’78), vice segretario del partito. Ma il segretario, Benigno Zaccagnini, un orfano di Moro ucciso sei mesi prima, diffidava di lui. Lo aveva accettato obtorto collo, solo per equilibri interni. A Donat Cattin del disamore di Zac non importava un fico. Il suo rovello era un altro. Da mesi ministro dell’Industria del IV governo Andreotti, era ora costretto a lasciare la poltrona, incompatibile col nuovo incarico. Voleva però passarla a un suo uomo e pensava a Giuseppe Sinesio, un fedelissimo siciliano. Per riuscire nell’impresa doveva imporlo senza averne l’aria, aggirando gli appetiti delle correnti rivali. Con questa strategia in testa, Donat Cattin entrò nel ristorante.
Il «Girarrosto fiorentino» di via Sicilia a Roma è famoso per le carni e il Chianti. Donat Cattin gli dette sotto con le une e con l’altro e, imprudenza suprema, rilasciò un’intervista durante l'abbuffata. Sbracò, anticipando le proprie intenzioni. L’indomani, presero cappello il premier, Andreotti, e il segretario Zaccagnini. «Ci vuole scavalcare. Gli daremo una lezione», dissero all’unisono e per punire Donat Cattin, ma senza irritarlo con la nomina di un dc di altre parrocchie, ripiegarono su un «tecnico». Così sulla poltrona ancora calda di Donat Cattin sedette un semisconosciuto professore di Bologna che divenne, tra lo stupor del mondo, ministro dell’Industria. Per Romano era finalmente il debutto sulla scena nazionale. Dopo la cattedra nel ’71, aveva cercato in vari modi di imporsi all’attenzione. Ci era riuscito in parte attraverso i giornali. Agli inizi, telefonava umilmente alle redazioni offrendo commenti di economia, accettava di scrivere trafiletti e invitava a pranzo i giornalisti. Col tempo, fu lui a essere cercato. Divenne prima collaboratore dell’Avvenire, giornale dei vescovi, poi del Sole 24 ore, giornale della Confindustria, infine del Corriere della Sera, giornale della sinistra ricca. Il suo nome circolava fra i lettori e una certa fama gli dette anche la seduta spiritica di Zappolino. Ma questa, solo tra gli uomini del Palazzo, giacché la notizia di quell’exploit filtrò nel grande pubblico a passo di lumaca.
Nominato ministro, la stampa sentenziò che Prodi era nella manica di Andreotti e di Zaccagnini, i due che lo avevano scelto. Ma l’indispettito Donat Cattin, che credeva di saperla più lunga, affermò: «L’ha voluto lì la Fiat» e, in un certo senso, aveva ragione.
Come è sempre stato e sarà, dietro la nomina di Romano c’era lo zampino di Beniamino Andreatta. Nino era il centro di vari snodi. In quanto moroteo era amico di Zaccagnini. Come economista principe della Dc, era ascoltato da Andreotti. Ma, soprattutto, era l’uomo dell’Arel, l’aggregato di teste d’uovo che tracciava la linea economica al partito. Tra i soci fondatori dell’Arel era Umberto Agnelli che proprio in quella legislatura, ’76-79, sedeva alla Camera come deputato democristiano. Di qui, l’uscita di Donat Cattin. Ma era un’illazione, tipo due più due fa quattro: Andreatta +Arel+U. Agnelli +nomina all’Industria= Romano uomo Fiat. Solo nei lustri successivi, Prodi mostrerà di essere agnellista in servizio permanente. Da capo dell’Iri, col semidono dell’Alfa agli Agnelli. Da capo del governo, tra ’96 e ’98, col marchingegno della rottamazione auto.
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