venerdì 24 marzo 2006, 00:00
Quella rissa tra Dc che spinse Prodi al governo
La moglie Flavia: «Il suo successo? Dovuto allamicizia con molte persone»
Causa prima dellapparizione di Romano Prodi nella politica nazionale fu unabbondante libagione di Carlo Donat Cattin nel suo ristorante preferito. Prima di dirvi del banchetto, due parole sul banchettante.
Donat Cattin, ispido dc piemontese capo della corrente Forze Nuove, era stato nominato in quei giorni (novembre 78), vice segretario del partito. Ma il segretario, Benigno Zaccagnini, un orfano di Moro ucciso sei mesi prima, diffidava di lui. Lo aveva accettato obtorto collo, solo per equilibri interni. A Donat Cattin del disamore di Zac non importava un fico. Il suo rovello era un altro. Da mesi ministro dellIndustria del IV governo Andreotti, era ora costretto a lasciare la poltrona, incompatibile col nuovo incarico. Voleva però passarla a un suo uomo e pensava a Giuseppe Sinesio, un fedelissimo siciliano. Per riuscire nellimpresa doveva imporlo senza averne laria, aggirando gli appetiti delle correnti rivali. Con questa strategia in testa, Donat Cattin entrò nel ristorante.
Il «Girarrosto fiorentino» di via Sicilia a Roma è famoso per le carni e il Chianti. Donat Cattin gli dette sotto con le une e con laltro e, imprudenza suprema, rilasciò unintervista durante l'abbuffata. Sbracò, anticipando le proprie intenzioni. Lindomani, presero cappello il premier, Andreotti, e il segretario Zaccagnini. «Ci vuole scavalcare. Gli daremo una lezione», dissero allunisono e per punire Donat Cattin, ma senza irritarlo con la nomina di un dc di altre parrocchie, ripiegarono su un «tecnico». Così sulla poltrona ancora calda di Donat Cattin sedette un semisconosciuto professore di Bologna che divenne, tra lo stupor del mondo, ministro dellIndustria. Per Romano era finalmente il debutto sulla scena nazionale. Dopo la cattedra nel 71, aveva cercato in vari modi di imporsi allattenzione. Ci era riuscito in parte attraverso i giornali. Agli inizi, telefonava umilmente alle redazioni offrendo commenti di economia, accettava di scrivere trafiletti e invitava a pranzo i giornalisti. Col tempo, fu lui a essere cercato. Divenne prima collaboratore dellAvvenire, giornale dei vescovi, poi del Sole 24 ore, giornale della Confindustria, infine del Corriere della Sera, giornale della sinistra ricca. Il suo nome circolava fra i lettori e una certa fama gli dette anche la seduta spiritica di Zappolino. Ma questa, solo tra gli uomini del Palazzo, giacché la notizia di quellexploit filtrò nel grande pubblico a passo di lumaca.
Nominato ministro, la stampa sentenziò che Prodi era nella manica di Andreotti e di Zaccagnini, i due che lo avevano scelto. Ma lindispettito Donat Cattin, che credeva di saperla più lunga, affermò: «Lha voluto lì la Fiat» e, in un certo senso, aveva ragione.
Come è sempre stato e sarà, dietro la nomina di Romano cera lo zampino di Beniamino Andreatta. Nino era il centro di vari snodi. In quanto moroteo era amico di Zaccagnini. Come economista principe della Dc, era ascoltato da Andreotti. Ma, soprattutto, era luomo dellArel, laggregato di teste duovo che tracciava la linea economica al partito. Tra i soci fondatori dellArel era Umberto Agnelli che proprio in quella legislatura, 76-79, sedeva alla Camera come deputato democristiano. Di qui, luscita di Donat Cattin. Ma era unillazione, tipo due più due fa quattro: Andreatta +Arel+U. Agnelli +nomina allIndustria= Romano uomo Fiat. Solo nei lustri successivi, Prodi mostrerà di essere agnellista in servizio permanente. Da capo dellIri, col semidono dellAlfa agli Agnelli. Da capo del governo, tra 96 e 98, col marchingegno della rottamazione auto.