Roma - Si frequentano. Gomito a gomito: stessi tavoli, stessi parquet, stesse sale ridondanti. Sono sotto gli occhi di tutti, come nei migliori gialli di Agata Christie. Sono i colpevoli del 1343: il Mandante e la Manina. Eppure Romano Prodi ha dapprima sostenuto che il comma 1343 infilato a tradimento della Finanziaria (ora cancellato), sia stato un mero «errore». Ieri però il premier ha chiaramente fatto intendere che il cerchio va chiuso: «Anch’io sto cercando con cura il mandante».
Come avrebbe fatto Hercule Poirot, principe degli investigatori della Christie? Avrebbe ancora una volta dipanato il filo degli avvenimenti, così che «maggiordomo» e «mandante» saltassero con evidenza anche all’occhio più disattento.
Prima tappa: il movente. Poirot avrebbe cominciato borbottando, nel suo inconfondibile accento francese: «Ehm, vediamo... Cui prodest?». La norma avrebbe sollevato da pendenze contabili una miriade di amministratori pubblici. In prevalenza, sindaci. Dunque una manna caduta dal cielo a beneficio di tanti. Tanti interessati, colpa suddivisa; tanti colpevoli, nessun colpevole. Come in «Assassinio sull’Orient Express», ci si trova di fronte a una pletora di interessi coincidenti. Chi ha però impresso il «moto» deve essere per forza di cose un uomo molto potente e capace di far «pesare» parecchio la propria influenza. Dunque, siede al governo. Presumibilmente, ha una cognizione diretta dei problemi dei sindaci ed è disposto a farsene carico in quanto, suggerirebbe l’intuito a Poirot, è stato anche lui «vittima» della Corte dei conti. L’identikit del nostro investigatore cala a pennello su un ex sindaco importante, di un partito che esprime da decenni la classe dirigente negli enti locali. Al governo non ce ne sono tanti. Anzi ce n’è solo uno. Monsieur Rutellì!
(ma il vicepremier smentisce e minaccia querele), cogiterebbe Poirot. «Supposizione, semplice supposizione, per ora niente di più», aggiungerebbe.
Seconda tappa: i fatti. «I fatti parlano da sé, basta saperli vedere e non farsi fuorviare dalle apparenze», suole ripetere Poirot. E difatti: la prima proposta di emendamento alla Finanziaria «in tema di prescrizione dell’azione di responsabilità amministrativa» non è del senatore Fuda. Sorpresa: risale al 30 ottobre 2006, presentata in commissione Bilancio della Camera da Emilio Delbono. Chi è questo Carneade? Un deputato bresciano di 41 anni, già consulente legale per la Confederazione delle coop bianche, nella Dc fin da quando aveva calzoni corti, ora nell’Ulivo, vicino a Castagnetti, a Bobba e alle Acli. Secondo prassi ai peone si comunica: «Onorevole, abbiamo firmato alcuni emendamenti per lei...». È possibile che sia andata così, che l’emendamento rubricato con il numero 80.0.19 (atti Camera, commissione V) sia stato soltanto «commissionato» a Delbono. Il primo comma dell’articolo proposto in aggiunta all’art.80 della Finanziaria recita: «Al comma 2... le parole: “si è verificato il fatto dannoso” sono sostituite dalle seguenti: “è stata realizzata la condotta produttiva di danno”». La coincidenza con il comma 1343, il «famigerato Fuda», ha dell’incredibile. Un ingenuo ne dedurrebbe che la paternità del comma 1343 vada a Delbono e non a Fuda. Non Poirot, cui la circostanza suggerisce piuttosto una serie di indizi. Primo: che la norma la si voleva inserire già da tempo e non è stata un’idea repentina di un Fuda qualunque (con tutto il rispetto). Secondo: che nasce alla Camera e non al Senato. Terzo: che nasce ancora una volta in ambiente Margherita. Tre indizi fanno una prova? Forse, ma non per Poirot.