Repubblicani sconfitti anche al Senato Ma non è una disfatta

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Il campo repubblicano ha complessivamente subito una tale batosta che anche una sconfitta meno drammatica di quanto avrebbe potuto essere viene salutata con sollievo. È il caso del risultato del Senato, dove i democratici hanno ampiamente incrementato la maggioranza assoluta dei seggi di cui già disponevano, ma non riescono a raggiungere la “quota magica” di 60 seggi su cento che avrebbe permesso loro di neutralizzare l'opposizione, impedendole di praticare l'ostruzionismo.
Alcuni risultati sono ancora in bilico: i due casi più interessanti sono quello del Minnesota, dove si riconteranno le schede dopo che il repubblicano Coleman è risultato in vantaggio di soli 571 voti su quasi tre milioni, e quello dell'Alaska, dove il repubblicano Ted Stevens potrebbe alla fine spuntarla nonostante sia appena stato condannato per corruzione.
Al Senato, insomma, i repubblicani evitano almeno quella che sarebbe stata una completa disfatta. Oltre al voto per il presidente, infatti, martedì erano in palio 35 seggi del Senato di Washington, 23 dei quali erano dei repubblicani. Il partito democratico, sull'onda del trionfo di Barack Obama, ha mantenuto tutti i 12 che aveva e ne ha strappati agli avversari sicuramente cinque, che potrebbero diventare otto a fine conteggi: tra le sconfitte repubblicane più cocenti quella subita nella Carolina del Nord, che controllavano ininterrottamente dal 1973.
Con i dati disponibili al momento, i repubblicani sono dunque scesi da 49 a 40 seggi, mentre i democratici salgono da 51 a 56. Pare impossibile che tutti i quattro seggi ancora da attribuire finiscano in mano democratica: almeno uno passerà ai repubblicani. Sfuma così la famosa “maggioranza blindata”, che avrebbe permesso a Obama di governare evitando l'ostacolo dell'ostruzionismo parlamentare.
L'agognata “quota 60” era stata ottenuta dai democratici solo durante le presidenze di Lyndon Johnson (1963-1968) e di Jimmy Carter (1976-1980). Ora alcuni esponenti del partito di Obama dicono di sperare di ottenere comunque di volta in volta l'appoggio di alcuni senatori repubblicani moderati (ne basterebbero un paio) per conseguire lo stesso risultato. Al Congresso americano, infatti, la fedeltà alla linea dei partiti non è una questione rigida come in Italia: l'indipendenza di giudizio dei rappresentanti del popolo è tenuta in maggiore considerazione e le maggioranze possono variare anche considerevolmente a seconda dei temi trattati.

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Alessandro Sallusti
Gli Stati Uniti lo salutano come il "salvatore d'Europa", lui elogia Berlusconi "statista" ma poi sale in cattedra  continua..
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