L'ultimo capitolo della storia giudiziaria del giallo di Avetrana comincia in tarda mattinata. Ed è segnato da un drammatico confronto tra padre e figlia. I loro sguardi non si incrociano, lei pronuncia tutto d'un fiato quell'atto di accusa nei suoi confronti: «É un vigliacco», dice dandogli le spalle. Dichiarazione breve, due minuti al massimo. «Io volevo bene a Sarah», afferma Sabrina. Che torna al rapporto che la legava alla cugina. E così aggiunge: «L'ho cresciuta, non le avrei mai fatto del male», assicura. Poi tocca al padre, il contadino di Avetrana, zio Mich´ che vive barricato nella villa dei misteri in via Deledda, l'uomo che ha accusato la figlia per poi fare retromarcia. Misseri parla a lungo e consegna al giudice un memoriale, ventuno pagine scritte con grafia obliqua e poco comprensibile, in cui si assume tutte le responsabilità e scagiona Sabrina. Il contadino dice di aver ucciso la nipote perch´ quel giorno era nervoso e il trattore non ne voleva sapere di partire, aggiunge che nel garage è scesa Sarah e quando lui l'ha sollevata per allontanarla lei gli ha dato un calcio all'indietro: allora lui non ci ha visto più, si è sentito invaso da un'ondata di calore e l'ha strangolata con una corda che poi ha bruciato. E per descrivere meglio quanto accaduto, Misseri si toglie la cintura e mima le fasi dell'omicidio. Difende a spada tratta la figlia e sostiene di averla accusata in passato perch´ indotto dall'ex avvocato, Daniele Galoppa, e dalla criminologa Roberta Bruzzone: entrambi hanno annunciato querela nei suoi confronti per calunnia e diffamazione. Ma zio Mich´ non parla solo in aula. Perch´ quando l'udienza finisce si affaccia in strada e parla ancora. Ed è un fiume in piena: «Contro mia moglie e mia figlia non ci sono prove», afferma. E aggiunge: «Ho sentito che Sabrina mi ha chiamato vigliacco: ha ragione».
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