Salvare le fabbriche non è un dovere

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Le pressioni del governo su Alcoa perché tenga aperti gli stabilimenti di Fusine e Portovesme, vicino a Venezia e in Sardegna, sono sbagliate. E sbagliate sono anche le richieste che vengono da forze politiche della maggioranza e, soprattutto, da quelle dell’opposizione, per impedire alla Fiat di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese o, peggio, per collegare alla mancata chiusura una nuova pioggia di incentivi. Non è questo il compito dello Stato in un’economia di mercato orientata allo sviluppo. E il sindacato fa male a effettuare agitazioni con richieste di non chiusura. Certamente esiste un problema sociale per i lavoratori che perdono il posto e per le aree in cui vengono chiuse le imprese anti economiche. Ed esiste un problema per le regioni interessate, quando esse, come nel caso della Sicilia e della Sardegna, sono sottosviluppate. Ma persino nel passato dirigista lo Stato non ha ritenuto che si dovessero costringere le imprese a tenere in piedi le fabbriche che volevano chiudere. Si sono escogitati interventi di altra natura, come quello di far rilevare tali imprese da un’apposita società pubblica dotata del compito della riconversione industriale, che era la Gepi, o di indurre o costringere Eni, Iri e altre imprese pubbliche a prendersele loro. La Gepi non è stata uno strumento idoneo, perché la si è inquinata sin da principio di assistenzialismo e clientelismo. E probabilmente c’era da aspettarselo.
Nel caso delle imprese pubbliche in alcuni casi il salvataggio ha funzionato, perché esse erano in grado di fare operazioni economiche, in altri è servito solo a occultare le perdite di queste fabbriche nel calderone dei loro bilanci. E, alla fine, queste imprese sono state chiuse. Queste esperienze non vanno ripetute. Ci sono altri modi per affrontare i problemi. Bisogna distinguere le regioni ad alto sviluppo come il Veneto, e quelle meno sviluppate, come la Sardegna e la Sicilia, con una scarsa industrializzazione e problemi occupazionali rilevanti anche strutturalmente. Per le regioni sviluppate occorre effettuare, a carico degli ammortizzatori sociali pubblici, corsi di riqualificazione della forza lavoro, per far sì che essa trovi una nuova occupazione, collegata all’aggiornamento professionale. Per le regioni meno sviluppate la riqualificazione professionale, certo, non basta. Occorre trovare alternative alle fabbriche chiuse, possibilmente con nuovi impianti, dato che queste regioni hanno bisogno di uno sviluppo industriale. Per esse sono disponibili gli strumenti che fanno parte dell’armamentario europeo delle politiche di sviluppo regionale. Ossia contributi in conto capitale e crediti a tassi molto agevolati.
Inoltre, c’è uno strumento nuovo nell’arsenale europeo che a me pare migliore e che sino a ora è stato poco utilizzato: si tratta degli esoneri fiscali per le aree di addensamento della crisi economica. Una no tax area, per le imprese private, può essere un poderoso incentivo, di natura automatica, quindi preferibile ai contributi e ai crediti agevolati la cui concessione comporta procedure e controlli burocratici. Ciò che si deve chiedere alle imprese intenzionate a chiudere le fabbriche che non hanno più logica economica, o che sono sorte con aiuti pubblici, senza prospettive di sviluppo duraturo, è di mettere a disposizione il terreno e gli impianti per le iniziative sostitutive a costo zero o vicino a zero, senza pretendere di guadagnarci una plusvalenza edilizia.
Se le fabbriche non sono sorrette da una ragione di mercato sono costrette a sopravvivere dalla politica, finiranno a vivacchiare in perdita e ciò avrà varie conseguenze negative. Ne avrà danno la casa madre. Ne soffrirà la regione in cui tali fabbriche sono ubicate, perché esse prima o poi chiuderanno i battenti. E si saranno sprecati anni e aiuti finanziari per tenerle in piedi, in modo illusorio. Ne avrà danno l’economia nazionale perché tali imprese non daranno alcun contributo alla sua crescita e le costeranno. Se si tratta, come in una parte di questi casi, di aziende straniere, ciò costituirà un deterrente per il nuovo investimento estero, in quanto gli investitori temeranno di trovare in Italia vincoli eccessivi alla logica d’impresa. E sarà danneggiata anche l’autonomia della politica dall’economia, in quanto gli imprenditori che accettano queste imposizioni prima o poi chiedono contropartite e così si sviluppano impropri intrecci tra loro e il potere pubblico ai vari livelli.
Alla fine, chi paga tutto ciò? I contribuenti, cioè la generalità dei lavoratori e le imprese sane.

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COMMENTI

13 commenti su  1  2  3   pagine dal più vecchio | dal più recente
#13 Leonardo Pitocco (584) - lettore
il 05.02.10 alle ore 20:34 scrive:
A parte l'analisi dell'economista burlamacco,provo a fare qualche considerazione.La prima:perchè un dipendente Fiat ( o altro ) deve godere di privilegi che altri lavoratori non hanno e che non salgono sui tetti,quando restano a "piedi"? Anzi,non ne parla nessuno perchè non fà notizia,ma se si sommassero queste situazioni,scopriremmo che sono un vero e proprio esercito. Vedasi le piccole e medie imprese,artigiani e p.iva in genere. La seconda:quando si incentiva la vendita dell'auto, si forza solo la domanda.Si vende qualche auto in più ma si producono dei danni collaterali notevoli a gommisti,ricambisti auto,officine meccaniche etc etc. Potrei continuare, ma i caratteri a disposizione sono pochi.Economia e politica,in questo caso, non vanno d'accordo.
#12 decisamente (2516) - lettore
il 05.02.10 alle ore 18:44 scrive:
D A C C O R D I S S I M O..............
#11 agostino.vaccara (3569) - lettore
il 05.02.10 alle ore 17:28 scrive:
Finalmente qualcuno che mi dà un pò ragione: ho sempre sostenuto le ragioni di Fiat nel chiudere uno stabilimento improduttivo che a lungo andare potrebbe danneggiare la casa madre con gravi conseguenze sull'occupazione in tutta l'Italia ed anche all'estero, visto che Fiat è una multinazionale. Il problema di Termini non è il fatto che Fiat lo voglia chiudere, il problema è riconvertire questo stabilimento in modo che possa continuare ad assicurare posti di lavoro. Vorrei chiedere a certi sindacalisti poco seri: che importanza ha che termini produca automobili oppure ferri da stiro, oppure lavatrici o spille da balia, quel che dovrebbe importare è che chi ci lavorava possa avere un'altro lavoro. Tutto il resto è strumentale, serve solo a persone come epifani per ricamarsi un pò di potere. Non c'è dubbio che chi lavora a Termini ha tutti i diritti al proprio posto di lavoro, ma non più nel settore automobilistico.Si faccia la riconversione industriale, Fiat è pronta a farlo.
#10 elio2 (1651) - lettore
il 05.02.10 alle ore 15:18 scrive:
#3 burlamacco. Caro amico, la sua visione dell'economia è socialista, ma se guarda bene non ha mai funzionato in nessun posto dove i suoi amici l'hanno applicata, perchè funziona solo in un mercato chiuso, non le dicono proprio niente i fallimenti di tutte le politiche socialiste del pianeta, paradiso dell'avvenire, compreso?, oppure pensa che da noi, ma solo da noi funzioneranno? Che a lei piaccia o no, siamo in un mercato libero su scala mondiale, con distorsioni che portano a evidenti storture e disugualianze, ma che non possono essere risolte dai singoli governi. Se lei questo non lo riesce a capire, vuol dire che il suo pensiero è retrogrado di almeno mezzo secolo e con idee vecchie e ammuffite come le sue, il futuro lei non lo potrà mai vedere. Si stacchi dalle ideologie e si confronti con la realtà, l'unica che potrà modificare, e magari dia un occhio alla Spagna e compagnia cantando, governati o ex governati dalla sinistra, cosa hanno combinato di buono. La saluto.
#9 teocos (254) - lettore
il 05.02.10 alle ore 14:51 scrive:
Onde evitare commenti da bar dello sport inviterei i lettori, che non condividono il parere di Forte, di indicare soluzioni compatibili con la realtà del mercato internazionale con cui bene o male dobbiamo fare i conti. La memoria è corta se viene dimenticata la vicenda Alitalia dove l'ingerenza della politica unita, in un abbraccio mortale, alla pervicace rigidità del sindacato hanno portato al fallimento un'azienda che avrebbe potuto mantenere il suo ruolo di vettore internazionale se solo la si fosse privatizzata 10 anni prima. Il sig. Bertinotti minacciò alla Camera che avrebbe fatto cadere il governo prima di consentire una tale enormità! Il governo cadde lo stesso per altri motivi ma lo scempiò continuò sino alla tragedia finale con 10.000 licenziamenti e l'Italia fuori per sempre dal trasporto aereo mondiale!!! Oggi invece Ferrero richiede nientedimeno che la nazionalizzazione della Fiat! Siamo alla frutta!
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Alessandro Sallusti
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