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sabato 15 settembre 2007, 07:00

Slow Food-Gambero Rosso Ecco tutti gli affari dei furbetti del bicchierino

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Mentre gli italiani, alle prese con la spesa sempre più cara, fanno lo sciopero della pastasciutta la sinistra di caciotta e di governo, quella che magnifica i vini e i ristoranti da trecento euro, è squassata da un affaire economico politico che rischia di far saltare il dorato mondo delle marchette enogastronomiche. Lo scenario è gustoso: intrecci azionari, tradimenti, donne contro, tolgono il sonno agli adepti del guru di Bra, al secolo Carlo Petrini, e ai signori del food&beverage alla moda. Il Gambero Rosso - piccolo impero editoriale valutato intorno ai 12 milioni di euro messo in piedi da Stefano Bonilli e da una pattuglia di transfughi del Manifesto a metà degli anni ’80 - è stato venduto, secondo indiscrezioni di Dagospia riprese anche da Winenews, all'editore vignaiolo Paolo Panerai, quello di Class, mentre Carlo Petrini sta per far fuori Enzo Vizzari, che smentisce, e insediarsi con Slow Food al vertice delle guide dei ristoranti e dei vini de l'Espresso. E fin qui chissenefrega! Questa faccenda di pentole e società anonime però è la buccia di Parmigiano sulla quale è scivolata la sinistra che anche in questo specifico, un paradigma dei costi della politica, dei conflitti d'interesse, del lei nonsachisonoio, ha rivendicato un'inesistente diversità morale. Ed è anche la dimostrazione di cosa sarà l'egemonia pseudoculturale e di portafoglio ai tempi del Pd di Veltrelli.
INTRECCI ENOGASTRONOMICI
Dietro la storia del Gambero Rosso si cela infatti una faccenda stile Unipol, da furbetti del bicchierino. Stefano Bonilli, sempre pronto a menar fendenti e convinto di una sua presunta e talvolta presuntuosa superiorità, smentisce la vendita e che qualcuno stia per cacciarlo. Ma la verità sembra essere un'altra. Il Gambero Rosso ha un accordo con la Rai - servizio pubblico, soldi pubblici - per editare un canale tematico di cibo, ha fatto una società paritetica con gli enti locali di Napoli - ancora soldi pubblici - per aprire lì una Città del Gusto come antidoto al disgusto della mondezza, simile a quella creata da Bonilli & C nella Roma veltroniana, stampa un mensile - con contributi pubblici - e una quantità di libri. Soprattutto è coeditore della più diffusa guida al vino italiano con Slow Food di Carlin Petrini. Petrini siede tra i padri del Partito democratico, è il paladino degli agricoli oppressi con Terra Madre, è il profeta del cibo «giusto, buono e pulito» che ha fatto esclamare alla ministra della sanità Livia Turco: «Abbiamo una mensa!». Ora Petrini costituente del Pd è passato al servizio di Carlo De Benedetti, ricostituente economico del medesimo partito. Con buona pace dei volontari di Slow Food che si spaccano la schiena per l'ideale, mentre i vertici badano al sodo.
Ma la sinistra, si sa, negli affari dimostra scarsa dimestichezza con le regole. Ed ecco che dopo mesi di conti fatti e rifatti, di azionisti di minoranza che minacciavano azioni legali, il Gambero Rosso ha perso la faccia. Risulta infatti che la maggioranza delle azioni sia custodita anonimamente dalla Compagnia fiduciaria nazionale proprietaria del 50,5% della Food wine factory, la finanziaria di controllo di Gambero Rosso Holding che è la società di gestione con la quale Slow Food ha l'accordo equo e solidale. Ma ancora più consistente sarebbe la presenza della Fiduciaria nella Grh di cui detiene in proprio il 32% delle azioni avendole comprate da Alfredo Cazzola e da Interbanca che si è defilata avendo perso una montagna di soldi, e il 60,52% in quanto azionista di maggioranza della Fwf. E fin qui nulla di strano se non fosse che la Compagnia fiduciaria nazionale è quella usata da Gnutti, Consorte, Fiorani nelle varie stagioni dei furbetti del quartierino. Ed è anche partner di Panerai che se fosse il vero padrone del Gambero Rosso alimenterebbe un intollerabile, almeno per Slow Food, doppio conflitto d'interessi: uno morale perché non si capisce come mai i sinistri duri e impuri si nascondano nell'anonimato azionario, l'altro di fatto perché Panerai che produce Chianti in gran quantità e in discreta qualità sarebbe arbitro e giocatore nella partita dello show-biz del vino.
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