Dunque sembra che gli obiettivi non siano stati raggiunti non tanto perch´ la riforma fosse impostata male ma perch´ come al solito chi l'ha applicata, ovvero gli Atenei ha fatto un po' come gli pareva. Un esempio? La moltiplicazione dei corsi di laurea e degli insegnamenti. Nel rapporto si osserva come gli Atenei abbiano sfruttato «ampiamente la possibilità loro riconosciuta di attivare corsi con diversa denominazione all'interno della stessa classe di laurea» e così gli studenti ai sono trovati «a poter scegliere entro un panorama vastissimo di corsi, dalle intestazioni spesso fantasiose, pensati più per attirare studenti che per rispondere a un'esigenza di differenziazione dei contenuti formativi e quasi sempre in assenza di attente analisi delle richieste del mondo del lavoro». Insomma sono stati attivati corsi inutili a zero programmazione, infischiandosene del fatto che poi quel corso potesse diventare una fabbrica di futuri disoccupati.
E se è vero che inizialmente le immatricolazioni hanno subito un balzo, il 56 per cento dei diciannovenni nel 2003. Ma ora stanno calando, fino al 47 per cento nel 2010, come a confermare la disillusione rispetto alle possibilità offerte da una laurea. A questo punto, prosegue il rapporto, «viene da domandarsi se non siano state sprecate le ingenti risorse investite in un sistema che tra il 1998 e il 2007 ha aumentato di circa il 50 per cento la spesa per docenze, mentre il reddito nominale complessivamente prodotto in Italia cresceva solo del 7 per cento».
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