Nel motivare la sua decisione assolutoria il gup ha premesso che forse le intercettazioni non dovevano essere trascritte causa la pessima qualità dell’audio, ma che data l’alta soggettività delle interpretazioni, proprio a causa della cattiva qualità del sonoro, non si poteva escludere in astratto che quelle frasi fossero state effettivamente presenti nella registrazione. Traduzione: anche se tutte quelle parole non si sentono, e se nessuno dei tanti periti che hanno ascoltato i nastri le hanno sentite, non vuol dire che esse non esistano visto che i poliziotti le hanno sentite e trascritte. Dunque la non udibilità del contenuto del nastro, secondo il gup, determina l’impossibilità di stabilire con certezza l’esistenza «del falso».
Con un durissimo ricorso per Cassazione, i difensori delle parti civili contestano questo modo di ragionare. Tanto per cominciare rimarcano come il gup avrebbe potuto facilmente accertare il contenuto del nastro facendo ascoltare in aula i brani contestati «e invece inspiegabilmente rifiutava di procedere all’acquisizione di tale prova ritenendola superflua e non necessaria, salvo poi, in stridente contrasto con tale situazione, ritenerla (implicitamente) decisiva avendo posto a base della sua pronuncia liberatoria proprio il mancato accertamento dell’effettivo contenuto della registrazione». Di fronte a tante e ripetute anomalie il perito nominato dalla procura di Lecco, il direttore tecnico della polizia scientifica Delfino, ha ammesso di non essere in grado di dare una spiegazione su buona parte dell’operato dei colleghi. Su altra parte del materiale trascritto, l’esperto si rifà all’ipotesi di un «miraggio acustico o uditivo», in qualche modo avallata dal gup. Un particolare fenomeno che colpisce chi, avendo conoscenza della indagini, e dei nomi e dei posti oggetto di accertamenti di polizia, possa credere di sentire nelle intercettazioni nomi e fatti che nelle intercettazioni poi non si ritrovano. Capita di rado, ma capita. A un trascrittore, non a più poliziotti in cuffia. Al massimo per una frase, non a decine. Scrive l’avvocato Alberto Gullino alla Suprema Corte: così rischiamo di «trovarci di fronte a un miraggio uditivo collettivo e reiterato che colpisce più persone in momenti differenti», che trae in inganno i tre della Dia che avrebbero creduto di sentire tutti esattamente le stesse cose in occasioni diverse, distanti nel tempo, in intercettazioni inascoltabili a sentire gli esperti. Lo stesso super consulente Delfino alla fine l’ha dovuto confessare: «Questa è la prima volta che mi capita che su 30 minuti ci siano tutte queste discrepanze». Tornando al sonoro, chiosa il legale della parti civili, il gup sembra essersi convinto di trovarsi al cospetto più che di un miraggio, di un «miracolo acustico». Quando la giustizia passa per Lourdes.
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