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lunedì 20 marzo 2006, 00:00

Tutte le contraddizioni di Prodi sul covo del sequestro Moro

Oggi nessuno più crede al racconto del Professore sulla seduta spiritica in cui sarebbe emerso il nome di dov’era una delle prigioni delle Br

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Giancarlo Perna

L’episodio più ambiguo nella sfuggente personalità di Romano Prodi è la celeberrima seduta spiritica incentrata sul sequestro Moro.
L’Italia è in subbuglio per il leader dc volatilizzato e Prodi che fa? Chiede lumi agli spiriti. Accantoniamo gli interrogativi su una simile iniziativa presa da un uomo pio e praticante, e veniamo a quel 2 aprile 1978.
Sono trascorsi 17 giorni, numero cabalistico, dall’agguato di Via Fani. È domenica e 17 persone, numero cabalistico, sono riunite nella casa di campagna di Alberto Clò, docente bolognese, futuro ministro nel 1995 del governo Dini. Il rustico è a 30 km da Bologna, in una località isolata, detta Zappolino.
All’ora di pranzo, i commensali sono 13, numero cabalistico: Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo (allievo di Romano), Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò, i padroni di casa, Francesco e Gabriella Bernardi, Emilia Fanciulli e tre bambini. Finito il pasto, le signore sparecchiano e i marmocchi si mettono a giocare. Degli altri, qualcuno ha l’idea di evocare le anime di Don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira per saperne di più sulla sorte dell’ostaggio delle Br. Adocchiano un tavolino quadrato, ci poggiano sopra un foglio con le lettere dell’alfabeto e cominciano a interrogare i defunti tenendo le mani sul piattino. Dopo tentativi infruttuosi, il piattino comincia a zigzagare sul foglio. Escono diverse località in cui Moro potrebbe essere prigioniero. Nomi banali, perché noti, come Viterbo e Bolsena, e quindi luoghi poco adatti a un nascondiglio. Poi, all’improvviso, muovendosi con decisione, il piattino scrive G-R-A-D-O-L-I. Nome mai sentito dai presenti che ignorano se la località effettivamente esista. Prima di verificare, ripetono il tentativo e il piattino conferma, Gradoli. Poi, di nuovo: Gradoli. Lo farà una ventina di volte. Nel corso di questa reiterazione, giungono e si uniscono alla compagnia i quattro ritardatari: Mario Baldassarri, allora docente a Bologna, oggi viceministro dell’Economia, sua moglie Gabriella e i due pargoli. Ora nella casa di Zappolino sono in 17.
«Era una domenica uggiosa - mi ha raccontato Baldassarri in un’intervista un anno e mezzo fa -. Da Bologna, raggiunsi con moglie e bambini, la casa di campagna di Alberto Clò, dove c’erano già Prodi e gli altri... Li trovai seduti con le dita su un bicchierino che sembrava muoversi da solo. Pensai a uno scherzo per farmi paura. “Mi credono un ragazzo di campagna”, mi dissi. Cominciai a girare attorno al tavolino guardando sopra e sotto per scoprire il trucco. Ma facevano sul serio».
«Chissà che silenzio solenne», ho detto, interrompendo viceministro.
«Una bolgia. Dalla cucina rumore di stoviglie, i bambini zampettavano, uno dei presenti voleva fare le salsicce sul prato. Intanto il bicchierino zigzagava sul tabellone e alla domanda: “Dov’è Moro?“ dette la clamorosa risposta: “Gradoli”. E proprio in Via Gradoli a Roma, come si seppe mesi dopo, Moro era prigioniero delle Br. Me ne stupisco ancora». Questo il ricordo a distanza di Baldassarri, di cui riparleremo.
Ma torniamo a Zappolino, 28 anni fa. Gli spiritisti sospendono la seduta, consultano una carta stradale del Lazio e rintracciano Gradoli. È un comune sulle colline di Viterbo. Esiste davvero! Lo sconcerto è immenso. Tolgono dal tavolino il foglio con l’alfabeto, spianano al suo posto la carta e riprendono il piattino (il bicchierino, secondo la testimonianza di Baldassarri). L’arnese si muove subito sulla pianta del Lazio e va sicuro sul nome Gradoli. Due, tre, quattro volte. Il responso di Don Sturzo e La Pira è ormai incontestabile.
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