Roma - Sarà anche l’8 settembre dell’Udeur, anzi dal Campanile scendono già i rintocchi del «tutti a casa», ma Clemente Mastella non è scappato a Brindisi. Sta al suo posto, tra Ceppaloni e piazza Argentina a Roma, nello spoglio ufficio di segretario, l’unico che gli sia rimasto. È calmo e misurato, quasi tranquillo: fosse stato così nei giorni convulsi della moglie agli arresti e del precipitar della crisi, forse avrebbe evitato qualche errore. I pochissimi fedeli che gli son rimasti accanto, lo premono chi ad arroccarsi a Masada e morire in piedi, chi alla lunga marcia per lo Shanxi campano, dove resistere come Mao in attesa di nuovi tempi. Lui sorride mesto: «Sapete come voglio presentarmi la prossima volta che mi invitano in tv? Con le mani alzate e proclamando: mi arrendo».
Difficile esser ciarlieri nelle stanze della direzione nazionale Udeur in questi giorni, pervase dalla febbre e dal fermento che agitano le vigilie degli eventi epocali. C’è Mauro Fabris e Francesco Borromeo, Marco Verzaschi e il consigliere provinciale romano Filippo De Mattia, il figlio Pellegrino, un via vai di amici ed amministratori del Sannio. Mastella parla con tutti, anche con chi bussa inaspettato, alterna i giudizi e gli stati d’animo. Prima di pranzo ieri, soppesava l’intervista di Silvio Berlusconi a SkyTg24 dove ammetteva un «impegno nei suoi confronti per candidare una decina di parlamentari tra Camera e Senato», impegno annullato per «il no di Maroni e Fini» motivato coi sondaggi negativi. Mastella s’è chiuso nel suo ufficio per stilare una nota durissima, che concludeva rinfacciando come «dalle mie parti siamo usi a considerare sacra la parola data». Poi, dopo aver parlato con Fabris, ha deciso di accantonarla, non senza ironizzare: «Dice che gli avrei fatto perdere 8 o 10 punti? Soltanto Belzebù potrebbe far meglio di me, se si candidasse». Subito però, ha aggiunto con amarezza: «Almeno ammette che c’era un patto. In cinque punti, e concordato dopo la crisi di governo, non prima. Dunque non può dire che s’era impegnato forzatamente perché aveva bisogno che gli facessimo cadere il governo». Interviene Fabris: «Sì, la sera delle consultazioni. Avevamo concordato con loro anche la dichiarazione per non dare spazio al tentativo di Marini». Di nuovo Mastella: «In quei cinque punti c’era anche l’impegno a farci costituire i gruppi parlamentari». Perché, se c’è il pezzo di carta, non lo rende pubblico? Lui alza le spalle e mormora: «A che serve?».
Già, a che serve quando Massimo Ostillio se ne è andato coi pugliesi nella Rosa bianca, se ne è andato il vicesegretario Antonio Satta, dice coi sardi ma l’altra volta eletto in Veneto con l’Ulivo, se ne è andato pure il giovane Gino Capotosti con gli umbri, ha sciolto gli ormeggi persino Tommaso Barbato, quello che la sera della sfiducia al Senato aveva mimato uno sputo a Nuccio Cusumano gridandogli «traditore» e «pezzo di merda»? Si fa prima a contare quelli che son rimasti, dei 17 parlamentari mastelliani: Pasqualino Giuditta che gli è cognato, Paolo Affronti, Dante D’Elpidio, Sandra Cioffi e Fabris. Gli altri, dove vadano è un mistero anche per loro: chi se li prende?, quanti voti possono portare a destra, a sinistra o al centro? «Si sono messi sul mercato individuale ma sbagliano», scuote il capo Fabris, «perché non ci si salva da soli». Mastella lo guarda con occhi grati e annuncia: «A questo punto può andarsene liberamente anche Fabris, è stato leale». Pellegrino chiama al telefonino la madre che li aspetta a Ceppaloni per sera, gli passa un amico che vuol salutarla, e Sandra domanda: «Tu che consiglieresti?». L’altro risponde che bisogna trattare «sino all’ultimo minuto con tutti, anche col diavolo»; e se infine non resta altro, meglio «indossare l’armatura più lucente», lancia in resta per l’ultima seppur solitaria battaglia. «Sì, dillo a Clemente», chiude Sandra Lonardo ancora presidente del parlamentino campano.
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